XXVI Domenica Tempo Ordinario (27 Settembre 2026)

Gesù e l’apostolo Paolo denunciano atteggiamenti che “falsificano” la fede che diciamo di professare. Gesù, con la parabola dei due figli (Mt 21,28-32) smaschera una fede “falsa”, quella che si limita solo alle buone intenzioni, fatta solo di parole, di promesse non onorate e dice qual è la fede che lui apprezza: quella che alla promessa di obbedienza fa seguire l’impegno a compiere la volontà di Dio, anche quando questa provoca in me un rifiuto o risulta non immediatamente gratificante. E’ l’impegno quotidiano ad ascoltare la parola del Padre e dare esecuzione alla sua volontà che rende la mia fede autentica ed esprime la consapevolezza del mio essere figlio.

La parola di Gesù sollecita a verificare il mio comportamento, a valutare in quale dei due figli della parabola mi riconosco e a chiarirmi il perché di questo atteggiamento.

L’apostolo Paolo esorta i cristiani di Filippi (Fil 2,1-11) a “rendere piena la sua gioia” con la concordia tra di loro («con un medesimo sentire e con la stessa carità, rimanendo unanimi e concordi»), evitando quei comportamenti che la compromettono («non fate nulla per rivalità o vanagloria»), impostando le relazioni sulla base dell’umiltà che spezza i meccanismi dell’autoaffermazione orgogliosa a danno degli altri («ciascuno di voi, con tutta umiltà, consideri gli altri superiori a se stesso») e della ricerca del bene degli altri («Ciascuno non cerchi l’interesse proprio, ma anche quello degli altri»).

Per Paolo il “medesimo sentire” in una comunità rappresenta la condizione indispensabile per collaborare nella carità (principio verificatore dell’autenticità della fede), chiede l’abbandono di ogni rivalità, impegna a non cercare esclusivamente il proprio interesse, ma anche quello degli altri e a coltivare una considerazione “alta” degli altri.

Per l’Apostolo questo è possibile se coltiviamo in noi gli stessi “sentimenti” di Gesù, il quale non ha cercato esclusivamente il proprio interesse («non ritenne un privilegio l’essere come Dio»), non si è messo su un piedestallo, non ha cercato gloria per sé («svuotò se stesso»), non si è imposto agli altri, non è entrato in conflitto con gli altri («assumendo la condizione di servo umiliò se stesso …»).

L’Apostolo propone Gesù Cristo non propriamente «come modello, ma piuttosto come fondamento della vita cristiana, nella quale il cristiano dimora e dalla quale trae la comprensione di sé»[1].

Da lui viene l’invito a verificare come ci muoviamo nelle nostre comunità, che cosa ispira le nostre relazioni, quale sguardo abbiamo sulle persone, che cosa effettivamente ci sta a cuore: la cura di noi stessi, la promozione della nostra persona o il servizio degli altri, la promozione della comunità

Le parole di Gesù e dell’apostolo Paolo rappresentano indicazioni autorevoli per il ministero di un pastore a servizio delle comunità che gli sono affidate: promuovere una fede autentica, proclamata non tanto a parole, ma testimoniata nell’obbedienza al Signore, alla sua parola, nella pratica di relazioni ospitali, libera dall’ossessiva affermazione di se stessi, dall’esclusiva ricerca del proprio tornaconto, largamente sponsorizzate dall’attuale cultura.

In questo momento significativo per la comunità di Serra de Conti che accoglie come parroco don Paolo Campolucci, chiediamo al Signore che accompagni il suo ministero, perché la fede che obbedisce al Signore, che opera mediante la carità, costruisce relazioni accoglienti, solidali, diventi sempre più lo stile di questa comunità.

Al Signore chiediamo anche che la comunità di Serra “renda piena” la gioia dei suoi pastori, “con un medesimo sentire e con la stessa carità, rimanendo unanime e concordi”, come chiedeva l’apostolo Paolo ai cristiani di Filippi.

[1] H. Schlier, La lettera ai Filippesi, Jaca Book, Milano 1993, 35.