XXV Domenica Tempo Ordinario (20 Settembre 2026)

La parabola raccontata da Gesù  (Mt 20,1-16) parla del regno dei cieli, cioè di Dio, della sua presenza tra di noi, del suo modo di stare con noi, di trattarci.

Il protagonista della parabola è “un padrone di casa”, un agricoltore, la cui vigna richiede molta manodopera. Questo padrone ha a cuore la propria vigna, tanto che vi invia più operai possibili e a ogni ora del giorno; inoltre ha a cuore anche le persone che invita a lavorare nella vigna, tanto che tratta tutti indistintamente, non solo con giustizia, ma anche con una generosità regolata dalla gratuità, che sul versante economico non risulta vantaggiosa per lui.

Dalla parabola veniamo a sapere che a Dio sta a cuore il suo Regno, la sua presenza tra gli uomini, tanto che spesso “esce da casa” e va in piazza a ogni ora del giorno.

Questo è lo stile di Dio: non restare in casa, ma andare incontro agli uomini (cfr Dio nel giardino che va alla ricerca di Adamo che si era nascosto per sottrarsi all’incontro con Lui, dopo aver contravvenuto alla sua disposizione [Gn 3,8-13]; il padre della parabola nel vangelo di Luca che esce di casa e corre incontro al figlio più giovane che sta tornando a casa , dopo averla abbandonata [15,11-32]).

Dalla parabola veniamo a sapere anche che Dio è “buono”, perché dispone con generosità di quanto possiede per gli altri.

A regolare la disposizione di Dio non è il contratto (ti dò quanto abbiamo pattuito), né la logica mercantile dello scambio (ti riconosco le tue prestazioni), ma il dono, la logica della gratuità (ti dono quanto il mio cuore generoso mi ha suggerito).

Quella di Dio è una logica che suscita malumore. La mormorazione degli operai della prima ora non riguarda il venir meno di padrone al contratto (un denaro al giorno), ma la generosità mostrata nei confronti dei colleghi dell’ultima ora. Gli operai sono scontenti del padrone non perché non ha dato loro abbastanza, ma perché ha dato troppo agli altri. Questi operai, invece di apprezzare la fortuna che avevano avuto, di poter guadagnare il salario di una giornata, si erano lamentati del fatto che anche altri avevano potuto godere della bontà del padrone.

Di fronte alle rimostranze degli operai che “hanno sopportato il peso della giornata e il caldo”, il padrone segnala, anzitutto, che non è venuto meno a quanto concordato con loro all’inizio del lavoro (“Amico, io non ti faccio torto. Non hai forse concordato con me per un denaro?”), rivendica, poi, la libertà di disporre come meglio crede delle sue cose (“Ma io voglio dare anche a quest’ultimo quanto a te: non posso fare delle mie cose quello che voglio?”), pone, infine, una domanda imbarazzante che spiega il suo comportamento (“Oppure tu sei invidioso perché io sono buono?”).

Dio non regola il suo comportamento nei miei confronti sulla mia prestazione (Dio è buono con me perché e quando io sono buono), ma sul suo amore sconfinato, senza limiti e per tutti. Dio non mi vuole bene perché lo merito, Dio mi vuole bene e basta, come vuole bene a ogni persona, sia a chi accoglie il dono fin dalla prima ora sia a chi lo accoglie solo all’ultima ora.

Penso che ci faccia piacere sapere che Dio ci ama così. Ci fa altrettanto piacere che Dio ami così anche quelle persone che possiamo catalogare, per tante ragioni, tra gli operai dell’ultima ora?

La Colletta della Messa ci suggerisce come non cedere alla tentazione di fare il tifo per gli operai della prima ora: chiedere al Padre “la gioia semplice di essere operai della tua vigna senza contare meriti e fatiche, lieti solo di portare frutti buoni per la speranza del mondo”.

Questa richiesta, oggi, la rivolgiamo a Dio Padre in modo particolare per don Paolo e don Andrea, che iniziano il loro ministero nelle comunità di Ostra Vetere e Pongelli.