L’episodio raccontato dal vangelo (Mt 16,13-29) rappresenta una svolta nel ministero di Gesù: da Cesarea di Filippo Gesù incomincia a parlare della propria morte e risurrezione e si dirige con decisione verso Gerusalemme. Anche Gesù promuove un’indagine su di sé, sulla propria persona.
La domanda di Gesù ha due destinatari, la folla (“la gente chi dice che sia il Figlio dell’uomo?”) e i discepoli (“Ma voi, chi dite che io sia?”).
Le risposte. Quella della folla identifica Gesù con alcuni grandi personaggi d’Israele, appartenenti alla storia passata (Elia, Geremia, i profeti) e a quella recente (Giovanni Battista). Per la gente Gesù è una persona di rilievo in Israele.
La risposta dei discepoli, tramite Pietro, riconosce Gesù come l’inviato di Dio, il Messia (“Cristo”) e come una persona che ha con Dio un rapporto profondo, unico (“Figlio del Dio vivente”).
Per i discepoli Gesù è il Messia liberatore perché Figlio di Dio.
I discepoli colgono meglio della gente la singolare identità di Gesù, non tanto perché sono più intelligenti, attenti (il seguito dell’episodio mostrerà tutta la loro persistente chiusura e incomprensione), ma perché, come segnala Gesù nella sua risposta a Pietro, un Altro (“il Padre mio che è nei cieli”) lo ha rivelato loro. E’ Dio Padre che fa conoscere Gesù ai discepoli.
Anche oggi la gente (le persone semplici, gli intellettuali, personaggi pubblici, gli uomini e donne di successo, applauditi da tante persone…) parla di Gesù, dice la propria opinione su di lui (“per me Gesù è…”). Anche oggi la gente converge nel riconoscere Gesù una persona singolare, di rilievo, per il suo messaggio, per la sua vita.
Se Gesù chiedesse a noi suoi discepoli, a me: “Tu chi dici che io sia, Cosa pensi di me, chi sono io per te?”, quale sarebbe la nostra risposta?
Probabilmente non faremmo fatica a rispondere, perché il catechismo che abbiamo imparato da bambini, ci viene in aiuto. Se dovessimo però cercare la risposta in noi stessi, a partire dal posto che Gesù occupa nel nostro cuore, dal ruolo che gioca nella nostra vita, nelle scelte più rilevanti, dal tempo che gli dedichiamo, dalla disponibilità alla sua parola, cosa diremmo effettivamente di Lui?
Nella ricerca della risposta potrebbe esserci di aiuto la richiesta rivolta a Dio nella preghiera d’inizio dell’Eucaristia: «O Dio, che unisci in solo volere le menti dei fedeli, concedi la tuo popolo di amare ciò che comandi e desiderare ciò che prometti, perché fra le vicende del mondo là siano fissi i nostri cuori dove è la vera gioia».
Per noi, per me, Gesù ha veramente un tale rilievo che, contrariamente a quanto accade con le altre persone, continuo ad amare, apprezzare, ciò che Lui comanda e desiderare quanto Lui promette?
E questo per un preciso motivo: la consapevolezza, confermata sempre più dalla relazione con Lui, che in Gesù trovo la gioia vera, quella che non abbandona in fretta il mio cuore, che non delude le mie attese, che dà compimento alla mia speranza. Una consapevolezza che resta tale e guida il mio cuore (“fissa il mio cuore”) nelle “vicende del mondo”, di quel mondo che è la mia vita personale, che sono le vicende di un mondo, incapace di garantire un’esistenza serena e dignitosa a tutti.





