La preghiera della Colletta ci fa da guida alla comprensione della parola di Dio, appena proclamata e dell’impatto che l’Eucaristia che stiamo celebrando ha (deve avere) sulla nostra esistenza di credenti. Abbiamo anzitutto riconosciuto l’approdo dell’azione di Dio, rivelata dall’obbedienza del suo Figlio”, un’obbedienza che porta il Figlio di Dio a offrire la propria vita nella morte in croce: “abbattere l’inimicizia tra le creature e fare degli uomini un popolo solo”.
Sapere che Dio ha operato e continua a operare perché “sia abbattuta” ogni inimicizia tra le sue creature, perché l’umanità, pur nelle tante particolarità, si consideri un popolo solo, è consolante, incoraggiante, soprattutto di questi tempi dove le cronache quotidiane ci segnalano l’espandersi dell’inimicizia tra i popoli., tra le persone e dove l’impegno delle persone di buona volontà a creare relazioni di amicizia sembra non fare breccia nei cuori delle persone e nelle politiche dei potenti
La conferma dell’azione di Dio la troviamo nei testi della prima (cfr Is 56,1.6-7) e della seconda Lettura (cfr Rm 11,13-15.29-32), dove il profeta Isaia c’informa che Dio considera la sua casa (il suo amore) aperta a tutti i popoli e l’apostolo Paolo che “Dio è misericordioso verso tutti”.
Anche Gesù con la donna pagana che lo implora per la guarigione della figlia, raccontato dal vangelo (Mt 15,21-28), che inizialmente sembra chiudere del tutto ogni sbocco positivo alla preghiera e smentire al volontà del Padre di cui ci hanno parlato le due letture precedenti («Non è bene prendere il pane dei figli per gettarlo ai cagnolini». Gesù mitiga il disprezzo con cui gli Ebrei consideravano i pagani, “cani”), di fronte alla sua fede, che riconosce “grande”, supera ogni “remora” e accoglie la sua richiesta.
Il dialogo tra Gesù e la donna sembra autorizzare la considerazione che Gesù, in qualche modo, “impari” da questa donna, proprio riguardo a quel Dio che Lui chiama Padre e in nome del quale agisce. La donna condivide la risposta di Gesù alla sua richiesta (“è vero…”), riconoscendo fino in fondo la differenza fra i “figli” e i “cagnolini” ribadita da Gesù¸ mostra, però, di confidare nell’esistenza di un’unica casa e di una mensa per i figli cui anche i cagnolini possono accedere, pur restando sotto la tavola. Questa mamma sa che quel Dio di cui parlava Gesù e che rivelava con la propria parola e azione è in grado di ospitare tutti nella casa del suo amore, dove c’è pane (amore, una cura piena di tenerezza) per tutti.
Cosa possiamo imparare da questa donna pagana?
Una verità che in questi tempi corre il rischio di essere dimenticata: Dio non esclude nessuno dal suo amore, nemmeno quelli che non siedono ancora come figli alla tavola del suo amore, nemmeno quelli che nella nostra considerazione si avvicinano ai “cagnolini” dell’episodio evangelico.
Il fatto che una donna pagana ci ricorda il volto del Dio cristiano, invita a non ritenere di possedere l’esclusiva della verità di Dio. A noi è stato fatto il grande regalo di “conoscere” questa verità, nei confronti della quale, però, spesso non siamo all’altezza e che con il nostro stile di vita finiamo per nascondere. Per questo non dobbiamo aver timore di ascoltare chi, anche se ancora lontano da questo Dio, ci ricorda questa verità.
Nell’Eucaristia che stiamo celebrando Gesù ci dona il pane dei figli – il suo corpo dato per noi – ci ricorda che questo pane è destinato a tutti, perché noi che siamo a tavola, non impediamo a questo pane di saziare il desiderio di una vita dignitosa, di pace e di giustizia, di chi a questa tavola non c’è ancora o, in tanti modi, resta lontano.
Perché questo avvenga, abbiamo chiesto al Padre di “rivestirci dei sentimenti di Gesù, suo Figlio, mite e umile di cuore”, perché le nostre parole e le nostre opere (la vita) rendano testimonianza “al suo amore eterno e fedele”.





