XII Domenica del Tempo Ordinario (21 Giugno 2026)

Nella preghiera della Colletta abbiamo chiesto a Dio di “liberarci da ogni paura”, perché “non ci vergogniamo della nostra fede” e “confessiamo con franchezza il tuo nome davanti agli uomini”.

A metterci paura non è solo la situazione in cui si trova l’umanità di questi tempi, ma sono anche le notizie di violenze, d’insofferenza, di morte…, segnalate dalle cronache nazionali e locali, che confermano quanto l’apostolo Paolo ha scritto, con il linguaggio della teologia, nel testo della Lettera ai Romani, appena proclamato: «in tutti gli uomini si è propagata la morte» (Rm 5,12-15).

Detto in altro modo: la morte sembra farla da padrona incontrastata nella nostra vita.

Di “vergognarsi della nostra fede” parla Gesù nel vangelo (Mt 10,.26-33). In realtà Gesù parla di paura di fronte di fronte agli uomini che minacciano i suoi discepoli, a motivo della loro fede.

Se in tante parti del mondo le minacce ai credenti cristiani parlano ancora il linguaggio della violenza omicida, da noi assumono la forma di una sottile derisione per la “chiusura” dei credenti ai tempi che cambiano, al costume di vita che evolve in forme nuove, ritenute migliori rispetto alle precedenti, perché più libere e rispettose dei “diritti” delle persone. Oppure assumono la forma di un’indifferenza nei confronti di Dio, del vangelo di Gesù, ritenuti non necessari per la propria esistenza, che sancisce la marginalità della fede cristiana, della Chiesa, di coloro che si ostinano a condurre la propria esistenza da credenti.

Come confessare con franchezza il nome di Dio, di quel Dio di cui ci ha parlato Gesù con la sua vita e con la sua morte, di cui ci parlano il vangelo e la vita “buona” di tante persone credenti?

Sono l’apostolo Paolo e lo stesso Gesù a liberarci dalla paura e la vergogna che possono bloccare la nostra testimonianza davanti agli uomini e le donne di questo tempo.

Nel quadro che Paolo propone l’umanità si trova a vivere due situazioni: quella drammatica del peccato prodotta da Adamo e quella piena di speranza, legata all’azione di Cristo. A rendere drammatica la situazione dell’umanità dopo il peccato di Adamo è la morte, comminata a tutti come condanna, perché il peccato di uno (Adamo) trascina tutti (“tutti hanno peccato”).

A dare speranza all’umanità, che dopo il peccato di Adamo sembra non avere più futuro, è la presenza di Cristo, propiziata dalla “grazia di Dio”, offerta senza alcuna limitazione. Gesù Cristo è il volto della grazia donata da Dio, un dono che supera (eccede) la colpa degli uomini, che “ribalta” la situazione degli uomini, da peccatori a giusti, da destinati alla morte a beneficiari della vita («Ma il dono della grazia non è come la caduta: se infatti per la caduta di uno solo tutti morirono, molto di più per la grazia di Dio e il dono concesso in grazia di un solo uomo Gesù Cristo si sono riversati in abbondanza su tutti».

Gesù, sollecitando i discepoli a non tenere per sé il dono ricevuto, il suo vangelo, la grazia (l’amore) Dio, la fede, («Quello che vi dico nelle tenebre [nel segreto] voi ditelo nella luce e quello che ascoltate all’orecchio voi annunciatelo dalle terrazze»), li rassicura riguardo alle minacce di altre persone, perché non sono mandati allo sbaraglio, non sono abbandonati a se stessi , ma accompagnati dall’attenzione paterna di Dio («i capelli del vostro capo sono contati»); sanno di poter contare su Dio, perché stanno molto a cuore a Dio («Voi valete [per Dio] più di molti passi»).

Oggi le parole di Paolo e di Gesù sono rivolte a noi, perché non ci ritraiamo dal confronto con un mondo sempre più prigioniero della morte, perché, consapevoli di quanto siamo cari a Dio, della sua vicinanza, offriamo, negli ambienti della nostra esistenza quotidiana, la testimonianza, con serenità, sem­plicità e la libertà da paura e vergogna, che la “grazia (l’amore) di Dio” offerta da Gesù è più forte del male che consegna gli uomini alla morte.