Veglia di preghiera per le vocazioni (24 Aprile 2026)

“Aspirate alla santità ovunque siate”. E’ l’invito rivolto da Papa Leone ai giovani lo scorso 3 agosto, un invito preceduto da un altro: “teniamoci uniti a Lui (Gesù), rimaniamo nella sua amicizia” e seguito dalla segnalazione di una positiva ricaduta per la nostra vita: “vedrete crescere ogni giorno, in voi e attorno a voi, la luce del vangelo”.
Il Vangelo delle Beatitudini (Mt 5,1-12), appena proclamato, ci aiuta a comprendere la portata e la ricaduta dell’esortazione del Papa per la nostra vita.
Una prima indicazione è data dalla collocazione del brano nel vangelo di Matteo: introduce al grande discorso di Gesù, conosciuto come il “Discorso della Montagna” (Mt 5-7), dopo che, come segnala Matteo, Gesù ha “incominciato a predicare che il Regno di Dio è vicino” e a sollecitare la conversione. Gesù parla del “Regno di Dio” per rivelarci che Dio esibisce la sua regalità, la sua signoria, avvicinandosi a noi, prendendosi cura di noi.
L’Evangelista descrive la conversione richiesta da Gesù in modo dettagliato e concreto nel suo primo grande discorso, dove invita i sui uditori a essere “perfetti (santi) come è perfetto il Padre vostro celeste” (5,8). Prima di offrire le indicazioni concrete che manifestano la nostra santità (la “giustizia superiore”), Gesù annuncia le “beatitudini”, che illustrano a un tempo l’azione della signoria regale di Dio e la risposta della nostra libertà (la nostra conversione).
La parola beati, traduce un termine ebraico che letteralmente significa “felicità”, “prosperità”, “auguri a…”, “mi congratulo con…”; esprime a un tempo l’elogio fatto alle persone che progettano la propria vita in modo sapiente e l’annuncio di una grande felicità che le persone esperimentano quando sono raggiunte dall’azione di Dio. Gesù sembra dire: «Mi congratulo con coloro che sono raggiunti dal Regno di Dio, dalla sua azione a loro favore».
Gesù, proclamando queste beatitudini, rivela che la presenza amica di Dio nella storia degli uomini rappresenta la più grande fortuna e benedizione per la nostra vita. Per cui quelle situazioni che normalmente sono rifiutate, giudicate negativamente, perché ritenute non gratificanti, (quali dipendere da Dio, dai suoi doni, l’essere solidali col prossimo, impegnarsi per la pace e la giustizia, la cura del proprio cuore perché si lasci guidare da un amore gratuito e generoso) o perché cariche di sofferenza (quali l’afflizione, la persecuzione), nella nuova situazione creata dalla presenza della signoria regale di Dio, che con Gesù si prende cura degli uomini, costituiscono un’esperienza di felicità e di pace.
Gesù mi presenta una nuova realtà, a partire dalla quale posso guardare in modo nuovo la mia vita, con tutte le sue situazioni, anche quelle più impegnative e dolorose.
Infine Gesù con le sue parole indica i comportamenti che predispongono alla beatitudine, il cammino che conduce alla beatitudine. Io sono “beato”, “fortunato” quando riconosco la mia “povertà”, cioè quando non dico: voglio essere padrone della mia vita, non voglio dipendere da nessuno, neppure da Dio; quando sono “mite”, cioè lascio spazio agli altri, li accetto, non voglio sovrastarli, imporre i miei interessi a loro danno; quando sono “misericordioso”, cioè non resto indifferente di fronte a un bisogno altrui, sono disposto a perdonare chi mi ha ferito o ha commesso qualche torto verso di me, so conservare un cuore buono verso di lui; quando ho un “cuore puro”, perché orientato a compiere la volontà di Dio; quando sono un “operatore di pace e di giustizia” negli ambienti e con le persone con cui vivo, anche a costo di subire un rifiuto, la persecuzione.
Alla luce di queste considerazioni possiamo comprendere ulteriormente l’invito di papa Leone – “Aspirate alla santità ovunque siate” – e le ricadute nel nostro cammino di discepoli di Gesù.
Quella santità a cui tendere con determinazione (“aspirate”) appare anzitutto come il dono di Dio – il suo amore che si prende cura di noi, che avvolge e dà senso alla nostra esistenza – che ci è stato fatto nel nostro battesimo, prima ancora che noi ci rendessimo conto non solo del dono, ma anche di noi stessi. Per questo la santità, prima di essere un traguardo da raggiungere, rappresenta la condizione originaria (di partenza) della nostra esistenza, della nostra persona. E come ogni dono, chiede di essere riconosciuto con gratitudine, accolto come promettente investimento della nostra libertà e corrisposto con responsabilità. Chiede, concretamente, che “l’amore di Dio riversato nei nostri cuori mediante lo Spirito Santo che ci è stato dato” (Rm 5,8), sia messo in condizione di guidare la nostra esistenza, “ovunque siamo”, nei tempi che la scandiscono, nelle scelte – le nostre vocazioni – che le danno forma compiuta, nei luoghi frequentati.
Questa sera vogliamo ringraziare il Signore per il suo regalo – la nostra santità – e chiedergli che nella nostra esistenza, ovunque e nelle diverse condizioni in cui si svolge, resti sempre vivo il desiderio di essere raggiunti e accompagnati dal suo amore, determinata la decisione di accoglierlo con fiducia e di corrispondervi generosamente.