«Sì, ne siamo certi: Cristo è davvero risorto». Questa è la decisa affermazione che conclude la Sequenza pasquale, un antico testo liturgico proclamato nel giorno di Pasqua. L’affermazione attesta il nostro convincimento che Gesù Cristo è veramente risorto, che non è una “falsa notizia”, proiezione del nostro desiderio. L’affermazione ha implicazioni decisive per la nostra vita, perché, come scrive l’apostolo Paolo ai cristiani di Corinto, «Se Cristo non è risorto, vana è la vostra fede e voi siete ancora nei vostri peccati» (1Cor 15,16) e perché, come abbiamo appena ascoltato dalla Lettera di Pietro, Dio «ci ha rigenerati, mediante la risurrezione di Gesù Cristo, per una speranza viva, per un’eredità che non si corrompe, non si macchia e non marcisce» (1Pt 1,3-4). Per questo chiede di essere giustificata: su quali basi si fonda?
Il racconto del vangelo (Gv 20,19-31) offre la risposta alla nostra domanda. Tommaso si trova in una situazione particolare. È uno dei Dodici, quindi ha conosciuto Gesù, è stato con Lui, ha visto i suoi gesti e udito le sue parole; ora viene a sapere dai suoi amici che Gesù è risorto, perché Lui non lo ha visto né udito il suo saluto («Pace a voi!») e le sue parole. Il riconoscimento che Gesù è risorto per lui è possibile solo se dà credito alla comunicazione degli altri discepoli (“Abbiamo visto il Signore!”)
Tommaso viene a sapere dagli altri discepoli che Gesù è risorto e confessa Gesù come “mio Signore e mio Dio”, non tanto perché guarda e tocca le sue ferite della crocifissione, ma perché ascolta la sua parola.
Il percorso dell’apostolo. Tommaso passa da un atteggiamento che pone le condizioni per credere («Se non vedo nelle sue mani il segno dei chiodi e non metto la mia mano nel suo fianco, io non credo»)
a una confessione di fede che riconosce in Gesù, che porta i segni della passione, il “mio Signore e mio Dio”. Il senso dell’episodio è indicato da Gesù stesso: Tommaso ha voluto far riferimento a se stesso, a quanto i suoi sensi – vedere, toccare – gli avrebbero garantito; ha voluto far dipendere la sua fede da quello che avrebbe visto e toccato, h posto lui le condizioni al Signore per essere riconosciuto risorto.
Il percorso della fede invece è un altro: «Beati quelli che non hanno visto e hanno creduto».
Con quel “beati” Gesù fa riferimento a tutte le persone che, pur non avendo la possibilità di “vederlo” come lo hanno visto i discepoli suoi contemporanei, credono in Lui, lo seguono, come hanno fatto i Dodici.
Tra quelle persone che Gesù chiama “beati, fortunati” ci sono le persone a cui si rivolge l’apostolo Pietro nella sua prima lettera: «Voi lo (Gesù Cristo) lo amate, pur senza averlo visto e ora, senza vederlo, credete in lui. Perciò esultate di gioia indicibile e gloriosa, mentre raggiungete la mèta della vostra fede: la salvezza delle anime» (cfr seconda lettura, 1-3-9); ci siamo anche noi.
La nostra è la fede delle persone che non vedono più sensibilmente il Signore Gesù, che non “toccano” più il suo corpo.
Qual è il fondamento della nostra fede, la garanzia che non ci siamo inventato tutto noi?
La risposta all’interrogativo la offre l’evangelista Giovanni con l’informazione conclusiva del brano evangelico: il fondamento della nostra fede in Gesù Risorto è garantito dalla testimonianza degli apostoli, quelli che hanno “visto il Signore” («Gesù, in presenza dei suoi discepoli, fece molti altri segni che non sono stati scritti in questo libro. Ma questi sono stati scritti perché crediate che Gesù è Il Cristo, il Figlio di Dio, e perché, credendo, abbiate la vita nel suo nome»).
È grazie alla testimonianza apostolica e alla fede della Chiesa, della quale gli Atti degli Apostoli ci offrono il “ritratto” (cfr prima lettura, 2,42-47), che possiamo confessare Gesù di Nazareth, come il “mio Signore e mio Dio”, lo possiamo sapere risorto e incontrare, non nel ricordo che lo regredisce al passato, ma in una relazione che ce lo consegna come interlocutore vivo e “contemporaneo”.
Nella Chiesa e con la Chiesa diventiamo credenti, impariamo a conoscere Gesù, a seguirlo e a incontrarlo ogni giorno. L’ascolto e l’obbedienza alla parola di Gesù, così come ci è offerta dalla testimonianza della Chiesa, rappresenta l’accesso alla fede in Lui, la possibilità di un suo incremento.
Comprendiamo la portata della richiesta fatta al “Signore Dio nostro” nella preghiera che ha introdotto la celebrazione dell’Eucaristia: «Accresci in noi la fede pasquale, perché aderendo a lui senza averlo visto riceviamo il frutto della vita nuova», costituita, come scrive l’apostolo Pietro nella sua Lettera, dalla “rigenerazione, mediante la risurrezione di Gesù Cristo dai morti, per una speranza viva, per un’eredità che non si corrompe, non si macchia e non marcisce», perché “conservata nei cieli per noi”.



