XXXII Domenica del Tempo Ordinario (9 Novembre 2025)

La liturgia di questa domenica che ricorda la Dedicazione della Basilica Lateranense – la cattedrale del Vescovo di Roma, il quale, come scrive S. Ireneo “sovraintende alla carità” – propone la figura del tempio, identificandola con un edificio (I Lettura, Ez 47,1-2.8-9.12), con noi (II Lettura, 1Cor 3,9c-11.16-17) e con Gesù (vangelo, Gv 2,13-22).

Nel testo del profeta Ezechiele dal tempio esce un’acqua che porta vita: risana le acque inquinate del mare e garantisce la fecondità, là dove giunge, fa rivivere tutto. Il messaggio del profeta: dal tempio esce l’acqua che porta la vita, perché nel tempio abita il Dio datore di ogni vita.

Nel testo di Paolo il “tempio di Dio” siamo noi, perché “abitati” dallo Spirito. L’affermazione paolina non può lasciarci indifferenti, perché la nostra persona, che spesso tradisce debolezza e limiti, è abitata da Dio, tanto che noi “siamo tempio santo di Dio”, luogo sacro. Per questo l’Apostolo si preoccupa di richiamarci alla responsabilità di non “distruggere” quel tempio santo di Dio che siamo noi e che sono gli altri, cioè di non impedire a Dio, con le nostre scelte di vita di “abitare” in noi, di far conto su di noi per dare seguito al suo desiderio di prendersi cura di noi e, attraverso noi, di tutti i suoi figli.

Il richiamo di Paolo riguarda anche il nostro modo di trattare gli altri, un modo che dovrebbe sempre tener conto che negli altri Dio si fa incontro a me, che la loro persona merita la massima considerazione, perché  “luogo santo”.

Nel vangelo Gesù, a partire dal suo gesto scioccante che mira a ricordare che il tempio, proprio perché scelto da Dio suo Padre come propria abitazione e luogo in cui gli uomini lo possono incontrare e onorare, non può essere ridotto a mercato, presenta il suo corpo risorto come il nuovo tempio, scelto da Dio per abitare tra gli uomini.

Tra le tre attribuzioni del tempio, quella che riguarda Gesù si colloca al primo posto: Gesù risorto è il nuovo e definitivo tempio di Dio, per con Lui Dio si fa presenta nella storia degli uomini, li raggiunge con il suo amore, in modo singolare e definitivo, e con Lui gli uomini possono incontrare Dio.

Al secondo posto delle attribuzioni ci siamo noi, “tempio santo di Dio”, perché lo Spirito Santo, dono del Risorto ai suoi amici, che “abita” in noi dal giorno del nostro battesimo, “riversa” nel nostro cuore l’amore di Dio (cfr Rm 5,5).

A questo fanno riferimento le due orazioni con cui inizia e si conclude la celebrazione eucaristica. Nella colletta chiediamo al Padre che “prepara il tempio della sua gloria (il luogo della sua presenza nella storia) con pietre vive e sante (cioè noi)”, di continuare a “effondere sulla Chiesa il suo santo Spirito”, perché “edifichi” quel popolo di credenti che siamo noi, destinati a “formare la Gerusalemme celeste”, dove né Dio né noi avremo più bisogno di alcun tempio per incontrarsi, perché il Signore Dio Onnipotente, e l’Agnello saranno il loro stessi il tempio (cfr Ap 21,22).

Nella preghiera conclusiva chiederemo a Dio di “trasformarci in tempio vivo della sua grazia” (luogo dove il suo amore trova ospitalità ed è messo in condizione di esprimersi), con la “forza misteriosa dei sacramenti” (di cui abbiamo appena beneficiato nella celebrazione dell’Eucaristia, il sacramento che fa capo agli altri, perché memoria della Pasqua di Gesù), perché possiamo entrare nella “dimora della sua gloria”, cioè partecipare in pienezza e definitivamente alla risurrezione di Gesù.

L’insistenza con cui chiediamo al Padre di edificarci come luogo santo della sua presenza, ci impegna a costruire un’esistenza “risorta” al pari del corpo risorto di Gesù, sottratta alla presenza del male e consegnata all’azione dello Spirito Santo che “trasfigura” il nostro corpo (la nostra persona, la nostra vita) ad immagine del corpo risorto di Gesù (cfr Rm 6).