Tra i “segni” proposti dalla Veglia pasquale, il cero pasquale, acceso con il fuoco nuovo e che ha fatto da guida al nostro breve cammino nella notte, è particolarmente evocativo, perché rappresenta Gesù che parla di sé come la luce del mondo che dirada le tenebre che insidiano la nostra esistenza: «Io sono la luce del mondo, chi segue me non cammina nelle tenebre, ma avrà la luce della vita» (Gv 8,12).
A portare una seria minaccia alla vita non sono prima di tutto le tenebre che sopraggiungono al calar del sole (a queste si può facilmente provvedere), ma quelle tenebre che oscurano il nostro cuore con il venir meno della serenità, della speranza, con l’incremento delle paure, con le nostre fragilità e i nostri fallimenti.
Sul cero pasquale acceso è incisa la data dell’anno corrente – 2026 – da qualche mese, ma già comunque segnato da tanta inquietudine, da paure, per i molti e gravi problemi che dobbiamo affrontare. Alla paura per quello che accade nel mondo, si aggiunge poi quanto accade nella nostra vita personale, nelle nostre famiglie, nelle nostre relazioni.
Abbiamo camminato nel buio della notte seguendo la luce del cero pasquale, la luce di Cristo e nel buio della notte, al diacono che proclamava a voce alta e chiara “la luce di Cristo”, abbiamo risposto con parole di gratitudine (“rendiamo grazie a Dio”), che confermano il nostro convincimento, propiziato dalla fede, che Gesù Cristo, il crocifisso risorto, è la luce per la nostra vita, per il mondo intero, anche in quest’anno 2026. Un convincimento che ci ha portato ad attingere dal cero pasquale la luce per nostre piccole candele.
Dobbiamo riconoscere che non sempre questo convincimento ci accompagna nella nostra esistenza, soprattutto nei passaggi impegnativi, nelle prove che la segnano, dove fatichiamo a riconoscere Gesù, come il Signore risorto, che porta luce nel cuore e illumina il nostro cammino, come è accaduto a Maria di Magdala, di cui parla il vangelo appena proclamato (Gv 20,1-9)
L’ora della giornata nella quale Maria di Magdala si reca al sepolcro di Gesù, rischiosa, inopportuna (“di mattino, quando era ancora buio”), dice che la morte del Maestro non l’aveva convinto a lasciar perdere, dice che il legame con lui (che chiamerà “il mio Signore”), documentato dall’evangelista Luca, che la nomina tra le donne che, guarite da Gesù “da spiriti cattivi e da infermità”, lo seguivano e servivano lui e i Dodici “con i loro beni”, specificando che da lei “erano usciti sette demoni” (cfr Lc 8,1-3) e dallo stesso Giovanni che la colloca tra le donne, che con la madre di Gesù “stavano presso la croce” (Gv 19,25), resiste allo smacco della sua morte.
Nella lettura data a Pietro e al discepolo “che Gesù amava” («Hanno portato via il Signore e non sappiamo dove l’hanno posto!»), Maria appare la discepola che ha perso ogni speranza (al pari dei due discepoli in cammino verso Emmaus: «Noi speravamo che egli fosse colui che avrebbe liberato Israele», Lc 24,21), perché non solo la morte le ha portato via il Maestro, ma anche perché il trafugamento del suo corpo le impediva pure la più fragile opportunità di un incontro.
Maria non si rassegna alla perdita, sempre più dolorosa, di Gesù: dopo averlo perso ai piedi della croce (dove sta coraggiosamente con poche persone, in una situazione di minoranza e in un clima di crescente violenza), lo perde, sembra definitivamente, al sepolcro quando, lo scopre dolorosamente vuoto (“in pianto”, segnalerà Giovanni nel proseguimento del racconto).
A spiegare la reazione di Maria, quella di una persona “disperata”, è una fede che ama, che cerca, una fede che sta in situazioni scomode, dove ci si trova in pochi (come era successo pochi giorni prima, presso la croce), incompatibili, oscure (come la morte in croce di Gesù, il Maestro che aveva stupito per l’autorevolezza della sua parola, che attirava a sé tutti, in modo particolare le persone in difficoltà, senza speranza e che ora era stato messo a tecere).
La fede di Maria di Magdala è la fede di chi si è sentito amato da Gesù, preso in cura da lui; per questo non può accettare che la persona che l’ha amata così tanto scompaia dalla sua vita e per questo si metterà a cercarlo.
Quello di Maria è un amore coraggioso, “forte come la morte”, che “non può essere spento” da nulla (cfr Cantico dei Cantici 8,6-7) e che spinge a cercare l’amato del cuore di notte, nella città deserta (cfr Cantico dei Cantici, 3,1-3).
Maria di Magdala ci ricorda che al cuore della fede sta l’amore che alimenta una relazione personale con Gesù (“il mio Signore”) e che custodisce la sua presenza anche in situazioni difficili, che sembrano allontanarlo da noi, fino a nasconderlo ai nostri occhi, un amore che non smette di cercarlo.
In questa veglia nella notte chiediamo a Gesù di continuare a brillare come luce che dirada ogni tenebra, che anche noi continuiamo ad accendere la piccola candela della nostra fede al suo fuoco, quello del suo amore per noi.
Non lo chiediamo solo per noi, ma anche per la piccola EvaLuna e per il fratello Alex, che tra poco, dopo il Battesimo, riceveranno la luce di Cristo.



