Più che le parole con cui comunichiamo, con cui ci facciamo conoscere, sono le nostre azioni a parlare di noi, a consentire agli altri di conoscerci, di scoprire di che “pasta siamo fatti”, di apprezzarci o meno.
Questo vale anche per Dio. La prima parte della preghiera della Colletta c’informa, con poche parole, che “Dio, fedele e misericordioso”, ci ha rivelato la propria identità (“il mistero della sua vita”), donandoci, non delle cose, ma il “suo Figlio unigenito e lo Spirito di amore”, le persone che condividono con lui la stessa vita, lo stesso amore.
I testi della parola di Dio, proclamati nella celebrazione eucaristica, ci “svelano” il volto di Dio.
Nel testo dell’Esodo (Es 14,4b-6.8-9) il Signore si presenta a Mosè, sul monte Sinai, come “il Signore misericordioso e pietoso, lento all’ira e ricco di amore e di fedeltà”.
Gesù nel vangelo (Gv 3,16-18), dialogando nella notte con Nicodemo, “uno dei capi dei Giudei” rivela ulteriormente questo amore che Dio mostra per il mondo: «Dio ha tanto amato il mondo da dare il Figlio unigenito, perché chiunque crede in lui non vada perduto, ma abbia la vita eterna».
Per comprendere appieno la portata del dono di Dio, osserviamo le dinamiche dell’amore tra gli umani: a giustificare il nostro amore, ad alimentarlo è, normalmente, l’amabilità di una persona: noi amiamo chi “merita” (o almeno riteniamo che meriti) il nostro amore. Quando non riscontriamo questa amabilità ci troviamo in grande difficoltà ad amare, difficoltà che appare insuperabile quando avvertiamo ostilità inimicizia, nei nostri confronti.
Gesù, il Figlio, con le sue parole, con la sua vita, soprattutto con la sua morte sulla croce, ci ha detto che non è stata la nostra amabilità a convincere Dio, suo Padre, ad amarci, perché l’umanità, di cui noi facciamo parte, ha mostrato e continua a mostrarsi non amabile, ma ostile verso Dio, suo Padre, verso di lui e lo Spirito Santo.
Gesù ci dice che Dio, suo Padre, ci ama perché non vuole che ci perdiamo nella nostra orgogliosa e sospettosa chiusura nei suoi confronti («Dio, infatti, non ha mandato il Figlio nel mondo per condannare il mondo, ma perché il mondo sia salvato per mezzo di lui»).
Gesù ci dice anche come reagire di fronte all’offerta di Dio Padre, ci invita a fidarci di lui («Chi crede in lui»), a lasciarci amare, a permettere che il suo amore, quello che Lui condivide con il Figlio e lo Spirito Santo, che li tiene profondamente uniti, crea coesione tra loro, ci raggiunga, permei di sé tutta la nostra esistenza, la orienti nell’amore, ci renda capaci di amare le persone come le ama lui, come ama noi, anche quelle che, per tante ragioni e in tante circostanze, non risultano “amabili”.
Questa fede che “opera mediante l’amore” (cfr Gal 5,6) l’abbiamo chiesta allo stesso “Padre fedele e misericordioso”, nella seconda parte della Colletta: «sostieni la nostra fede e ispiraci sentimenti di pace e di speranza, perché amandoci come fratelli, rendiamo gloria al tuo santo nome (manifestiamo la tua vita)».





