Notte di Natale 2025

Tra i giorni dell’anno, quelli che precedono il Natale risultano tra i più frenetici (per i nuovi “impegni” che si aggiungono ai tanti della vita quotidiana), i più festosi, almeno esteriormente (per gli addobbi che illuminano la nostra città, i nostri borghi e le nostra case); giorni nei quali ci sentiamo più disposti a gesti di solidarietà (per le diverse iniziative benefiche), impegnati a ricuperare relazioni più serene. Giorni nei quali le parole augurali circolano con insistenza tra di noi, provocata da una specie di impulso irresistibile.

Questi giorni così intensi corrono il rischio di creare attorno al Natale un clima un po’ surreale, carico di tanta emotività che può distrarci dal senso e dalla portata per la nostra esistenza di quanto è successo oltre 2 mila anni fa e che noi ogni anno “ricordiamo”. Un clima nel quale cerchiamo  rifugio soprattutto in questi tempi così carichi di tante tensioni, che sparisce appena si spengono le luci dei nostri addobbi.

A immunizzarci da questo rischio potrebbe essere il breve testo dell’apostolo Paolo al discepolo e collaboratore Tito, proclamato nella seconda lettura (Tt 2,11-14)

Il testo di S. Paolo ci parla di che cosa realizza la grazia di Dio – Gesù Cristo – quando entra nel mondo, nella storia degli uomini, a loro favore: la liberazione dalla presa del male («E’ apparsa infatti la grazia di Dio, che porta salvezza a tutti gli uomini») e di un’istruzione riguardo alla vita buona («e ci insegna a rinnegare l’empietà e i desideri mondani e a vivere in questo mondo con sobrietà, con giustizia e con pietà, nell’attesa della beata speranza e della manifestazione della gloria del nostro grande Dio e salvatore Gesù Cristo»).

L’istruzione è alla nostra portata perché Gesù Cristo «Ha dato se stesso per noi, per riscattarci da ogni iniquità e formare  per sé un popolo puro che gli appartenga, pieno di zelo per le opere buone».

Dallo scritto dell’apostolo Paolo emerge che la vita del cristiano è segnata dalla presenza di Gesù Cristo, un’esistenza che si distende tra le due manifestazioni del Signore: la prima venuta («è apparsa la grazia di Dio») e la venuta finale («nell’attesa della beata speranza e della manifestazione della gloria del nostro grande Dio e salvatore Gesù Cristo»).

La prima venuta rappresenta la manifestazione della grazia (la buona disposizione di Dio nei nostri confronti), mentre la seconda la manifestazione della gloria (il pieno compimento del suo disegno).

L’azione della grazia si concretizza nella liberazione della nostra vita dalla presenza del male (“per riscattarci da ogni iniquità”) e in una pedagogia (istruzione) della vita buona, caratterizzata dal rifiuto del male (”rinnegare l’empietà e i desideri mondani”) e dalla cura della sobrietà, giustizia e pietà (“lo zelo per le opere buone”).

La manifestazione della gloria darà pieno e definitivo compimento alla “beata speranza”, a quella “speranza viva”, alla quale, come scrive l’apostolo Pietro nella sua prima Lettera  siamo stati generati da «Dio e Padre del Signore nostro Gesù Cristo, nella sua grande misericordia, mediante la risurrezione di Gesù Cristo dai morti», una speranza che rappresenta «un’eredità che non si corrompe, non si macchia e non marcisce», perché «conservata per noi nei cieli» (1Pt 1,3-5).

Nella Colletta della Messa della notte abbiamo chiesto a Dio di fare in modo (“concedi”) che nella celebrazione dell’Eucaristia “contempliamo” (guardiamo, incontriamo) Gesù Cristo (“la grazia di Dio”), nella sua nascita e nell’offerta della sua vita che ci riscatta dall’aggressione del male e ci abilita a compiere “opere buone” («Ha dato se stesso per noi, per riscattarci da ogni iniquità e formare  per sé un popolo puro che gli appartenga, pieno di zelo per le opere buone»), che non restiamo estranei alla manifestazione di Gesù Cristo, “il grande Dio e salvatore”, cui è legato il compimento della “beata speranza” (la nostra eredità custodita in cielo, da Dio), ma che vi partecipiamo pienamente e definitivamente. E non solo in queste feste.