La celebrazione dell’Eucaristia, ci offre, con i suoi testi, puntuali indicazioni riguardo al tempo liturgico della Quaresima. Ci ricorda anzitutto che questo “tempo forte” rappresenta un “momento favorevole” per “lasciarci riconciliare con Dio” (cfr 2a lettura, 2Cor 5,20-6,2), “un cammino di vera (autentica, reale) conversione” (cfr preghiera della Colletta). Ci chiarisce che direzione deve percorrere “il cammino di vera conversione”: “ritornare a Dio con tutto il cuore (con la totalità della nostra persona)” (cfr 1a lettura, Gioele 2,12-18). Ritornare implica un cambiamento, un’inversione di passo.
Nella vita di ogni giorno capita spesso di cambiare passo. Lo facciamo quando ci accorgiamo di “aver sbagliato strada”. In questo caso il cambio di passo ci costringe a tornare indietro, ad abbandonare il percorso intrapreso, a cercare quello appropriato alla meta che intendiamo raggiungere.
Cambiamo passo anche quando abbiamo fretta di raggiungere la meta (“andiamo di fretta”). La “fretta” che imprime ai nostri passi un’accelerazione ha tante spiegazioni: il desiderio di un incontro, il disagio di un ritardo.
Cambiare passo non riguarda solo il cammino per strada, ma anche il cammino della vita, dove ritroviamo, indubbiamente a un livello più impegnativo e decisivo, le stesse dinamiche del camminare per strada.
Nel tempo della Quaresima siamo invitati a imprimere un’accelerazione al nostro passo nella sequela di Gesù, al cammino della nostra “conversione”, per trovarci nelle migliori condizioni di beneficiare della liberazione dal male (come chiediamo quotidianamente a Dio Padre: “liberaci dal male”) offerta da Gesù, con la sua morte e risurrezione, con la sua Pasqua.
Il cambio di passo della conversione può riguardare l’inversione del cammino, l’abbandono di percorsi che ci portano lontano, addirittura in direzione opposta alla sequela di Gesù, oppure dare al nostro cammino, già ben orientato, una decisa accelerazione.
La parola di Gesù, proclamata nel vangelo del primo giorno di Quaresima (cfr Mt 6,1-6.16-18), ci offre concrete indicazioni per un reale cambiamento di passo (conversione) nel nostro cammino di discepoli. Le tre pratiche di cui parla Gesù nel Discorso della Montagna fanno riferimento alle relazioni che caratterizzano l’esistenza cristiana: l’elemosina fa riferimento alla relazione con gli altri, la preghiera alla relazione con Dio e il digiuno alla relazione con noi stessi, con la nostra persona.
Gesù non presenta un “trattato” sulle tre pratiche, si limita a metterci in guardia dalle deriva che le “contaminano”, distruggendo così la “bontà” che Gesù aveva raccomandato poco prima: «Così risplenda la vostra luce davanti agli uomini, perché vedano le vostre opere buone e rendano gloria al Padre vostro che è nei cieli» (Mt 5,16).
Per Gesù l’elemosina, la preghiera e il digiuno conservano la propria “bontà”, onorano la loro destinazione (la “gloria del Padre”, la manifestazione della sua buona disposizione nei nostri confronti), quando restano libere dalla ricerca di un appagante consenso pubblico e dalla promozione narcisistica di noi stessi.
Cerchiamo in questo tempo d’individuare e di praticare un cambio di passo nelle pratiche di cui ci parla Gesù nel Vangelo (come inversione di un cammino “sbagliato”, fuorviante e come un’ “accelerazione” che ci porta fuori dalla secche della mediocrità, di una sequela “a bassa densità”).
La cura della preghiera ispirata dal Sal 62: avviata “fin dall’aurora”, mossa dal bisogno di Dio (“di te ha sete l’anima mia”) e da un intenso desiderio di lui (“a te anela la mia carne”), nel convincimento che la vita non regge il confronto con il suo amore (“poiché la tua grazia vale più della vita”).
L’esercizio del digiuno, non fine a se stesso, ma come esercizio di libertà (soprattutto da ciò che (cose, beni , passioni…) tiene in scacco il nostro cuore, condiziona le nostre scelte, consapevoli che non sono le cose, i beni, le passioni… a dare serenità e sicurezza alla vita (ce lo ricorda Gesù, per il quale non di solo pane vive l’uomo e non giova a nulla possedere cose, beni, acconsentire alle passioni, se per causa loro “ci perdiamo e roviniamo noi stessi”); dall’egoismo che ci induce a trattenere tutto per noi.
La pratica dell’elemosina. Una modalità concreta di aprirci alla sofferenza e ai bisogni degli altri. Proviamo a rendere l’elemosina occasionale gesto abituale e educativo del modo di gestire i nostri beni – denaro, tempo, abilità personali… – (inserendo magari la “voce” poveri nel bilancio familiare o personale).



