IV Domenica Tempo Ordinario (1 Febbraio 2026)

Nella vita capita di riconoscere una persona e di essere riconosciuti come persone fortunate (“Beato te, fortunato tu…”). Generalmente le ragioni della “fortuna” riconosciuta sono la salute, la solidità economica, la sicurezza del lavoro, una professione appagante, la serenità in famiglia…

La parola di Gesù nel vangelo appena proclamato (Mt 5,1-12) ci sorprende e forse ci inquieta pure, perché Gesù nel dichiarare  “beati” (fortunati, persone da apprezzare, con cui congratularsi) le persone che si erano radunate attorno a lui (le folle e i discepoli), non fa riferimento ai nostri parametri di valutazione della fortuna, della beatitudine, ma addirittura a situazioni che non ci auguriamo, ne auguriamo ad altri, come la povertà, il pianto disperato, o che di questi tempi non godono di pubblici apprezzamenti, come la mitezza, la misericordia, o che sono ampiamente disattese come la giustizia e la pace, tanto che s’impegna a loro favore vien “perseguitato”. Ci chiediamo perché Gesù parla così?

La risposta ci è offerta dallo stesso Gesù. L’evangelista Matteo riporta il primo grande discorso di Gesù, conosciuto come il “Discorso della Montagna” (capp 5-7) e introdotto dalle “Beatitudini”, dopo averci informato che Gesù inizia il proprio ministero dicendo: «Convertitevi, perché il regno dei cieli è vicino» (Mt 4,17). Anche l’evangelista Marco riporterà queste parole con alcune varianti che ne chiariscono il significato («Il tempo è compiuto, il regno di Dio è vicino; convertitevi e credete al Vangelo», 1,14-15). Gesù dà la “bella notizia” (il “Vangelo”) che Dio, il potente Signore che regna, con lui si è avvicinato a noi, si prende cura di noi, della nostra vita ferita, povera, dei nostri pianti disperati. Significativo che dopo l’annuncio della vicinanza del regno sia Matteo e che Marco raccontano le tante guarigioni operate da Gesù. la sua vittoriosa lotta contro gli “spiriti impuri” che opprimono la vita delle persone.

Con il suo annuncio Gesù vuole ricordarci, anzitutto, che la qualità della nostra vita non dipende da ciò che, pur di grande e di irrinunciabile valore (come la salute, la sicurezza economica, la serenità delle relazioni, la realizzazione dei progetti personali…), resta però precario, nella impossibilità di assicurare una stabile e definitiva “beatitudine” (fortuna); che una civiltà non si misura sulle cose, perché le persone non stanno in nessuna di queste cose, sono “più grandi” delle cose che posseggono.

Con le “Beatitudini” Gesù ci dice che a Dio suo Padre non stanno a cuore le “cose” che ci procuriamo con le nostre mani, ma noi; per questo consola il nostro pianto disperato, viene in soccorso della nostra fragile umanità (della nostra povertà), sazia le persone che “hanno fame e sete di giustizia”, offre quello che meglio lo esprime (la misericordia) a chi, a sua volta, si mostra misericordioso, considera, addirittura, propri “figli”, coloro che “operano” (cercano instancabilmente) la pace”.

Gesù, rivelando perché apprezza le situazioni limite della vita, i comportamenti e le azioni che agli occhi di molti risultano inadeguate per dare sicurezza alla nostra esistenza (come la mitezza, la misericordia, la pace “disarmata” e “disarmante”), ci sollecita a permettere a suo Padre di “starci vicino”, ad aver fiducia nel suo amore che apre spazi di speranza nelle situazioni, dove tutto sembra irrimediabilmente compromesso.

Ci invita, anche e soprattutto in questi tempi, ad “aver fame e sete della giustizia”, a essere persone con un cuore grande come il suo (“misericordiose”), a mettere in campo la mitezza che disinnesca la violenza, l’aggressività, a essere tenaci “operatori di pace” nei luoghi dove trascorriamo la nostra vita, a coltivare un pensiero critico nei confronti dei potenti, dei signori che governano il mondo e che percorrono strade che non portano né pace né giustizia tra i popoli, anche se loro continuano a parlare di pace e di giustizia.

In questa domenica celebriamo la Giornata per la vita. I Vescovi italiani nel loro Messaggio – “Prima i bambini” – ci indicano un modo molto concreto di essere “operatori di giustizia e di pace”, perché «la pace, la libertà, la democrazia, la solidarietà non possono che iniziare dai più piccoli. Dove una società smarrisce il senso della generatività, servendosi dei figli invece di servirli e donare loro la vita, si imbarbariscono esponenzialmente anche le relazioni tra gli adulti – persone e comunità – dando spazio alla ricerca egoistica e violenta dei propri interessi».