Quando il Signore, tramite il profeta Isai parla ad Acaz (cfr la prima Lettura Is 7,10-14) Gerusalemme è assediata da una coalizione di eserciti nemici, di Damasco e di Samaria. Questo assedio colpisce il morale del re e del popolo, perché la ciittà sta per cadere nelle mani dei nemici.
Dio stesso manda Isaia dal re per rincuorarlo. Acaz non accoglie l’invito, adducendo come motivo il rispetto per Dio (“non voglio tentare il Signore”). Il profeta smaschera quella che appare un’espressione di religiosità, ma che in realtà è espressione di sfiducia: Acaz in realtà non crede che Dio possa intervenire a salvare Gerusalemme; ha preso le sue decisioni e non ritiene di aver bisogno di ulteriori segni. Dio però non si lascia bloccare dalla incredulità di Acaz e decide lui il segno da offrire: un bambino dal nome significativo, Emanuele, Dio-con-noi. Chi è questa vergine (almàh = giovane donna)? E chi è questo bambino? La lettura più immediata materiale del testo: la giovane donna – forse la stessa sposa del re – rimarrà incinta e potrà portare a termine la gravidanza. Questo può voler dire che Gerusalemme non cadrà nelle mani dei nemici e la donna potrà partorire il suo bambino. La nascita di questo bambino dirà che Dio, nonostante l’incredulità e l’ipocrisia di Acaz, compie le sue promesse e che la sua benedizione rimane sul popolo, del quale Lui è il potente salvatore.
Il segno della sua benedizione che Dio voleva offrire ad Acaz, in quella situazione disperata, sarà offerto nuovamente molti anni dopo, a due giovani fidanzati di Nazareth, Maria e Giuseppe. A Maria, non un profeta, ma l’angelo Gabriele annuncerà che avrebbe dato alla luce un figlio e lo avrebbe chiamato Gesù e che questo bambino sarebbe stato grande e chiamato “Figlio dell’Altissimo” e che “il Signore Dio gli avrebbe dato il trono di Davide suo padre” e che “avrebbe regnato per sempre sulla casa di Giacobbe e il suo regno non avrebbe avuto fine” (cfr Lc 1,31-33).
Anche a Giuseppe si rivolgerà un angelo per invitarlo a “non temere di prendere con sé Maria, sua sposa”, rivelandogli che il bambino che portava in grembo “viene dallo Spirito Santo” e assegnandogli il compito di dare un nome a questo bambino – Gesù – perché questo bambino di nome Gesù “avrebbe salvato il suo popolo dai suoi peccati”. La voce fuori campo dell’evangelista ci informa che quanto è accaduto a Giuseppe portava a compimento la profezia del profeta Isaia: “Ecco la vergine concepirà e darà alla luce un figlio: a lui sarà dato il nome di Emanuele, che significa Dio con noi” (cfr il vangelo, Mt 1,18-24).
Nel duplice annuncio a Maria e Giuseppe non era in gioco la salvezza di una città, Gerusalemme, ma la salvezza dell’intera umanità consegnata alla morte dal peccato di un solo uomo (cfr Rm 5,12).
Maria e Giuseppe, a differenza del re Acaz non hanno mosso alcuna obiezione, ma hanno dichiarato la loro disponibilità all’ingresso nel mondo degli uomini del Figlio amato da Dio, perché Dio, il Padre buono, potesse dare seguito alla “gratuità e potenza del suo amore” (Colletta della Messa) e perché gli uomini e le donne che abitano la terra “ricevessero l’abbondanza della grazia e del dono della giustizia… per mezzo del solo Gesù Cristo” (cfr Rm 5,17).
Dio non ha smesso di amare gli uomini e le donne che abitano la terra, per questo continua a desiderare di offrire loro la benedizione del suo amore, che ha il volto di Gesù, il Figlio amato. Perché il desiderio di Dio si compia, anche oggi servono uomini e donne, che “lo accolgano e lo generino nello spirito con l’ascolto della sua parola, nell’obbedienza della fede” (cfr Colletta della Messa). Proprio come hanno fatto i due giovani fidanzati di Nazareth, Maria e Giuseppe.



