III Domenica di Avvento (14 Dicembre 2025)

Diverse e fondamentali le richieste avanzate al Padre nella preghiera della Colletta. Abbiamo chiesto di “Sostenere con la forza dell’amore il nostro cammino incontro a colui che viene”, di “perseverare nella pazienza”, “di “maturare in noi il frutto della fede” e di “accogliere con rendimento di grazie il vangelo della gioia”.

La preghiera l’abbiamo rivolta a Dio Padre nella domenica in cui la liturgia ci invita a “rallegraci”, a “essere contenti”, perché “il Signore è vicino!”. Il Signore è vicino, non solo perché si sta avvicinando il giorno – il 25 Dicembre – nel quale “faremo memoria” della nascita sulla terra del Figlio di Dio, ma anche e soprattutto perché, in seguito a quella nascita, accaduta oltre duemila anni fa, il Figlio di Dio “abita” in mezzo a noi, è vicino a noi. Per circa 33 anni lo è stato nella forma di una presenza fisica, “visibile” da parte dei suoi conterranei e contemporanei, tanto che l’apostolo Giovanni ha scritto: «quello che noi abbiamo udito, quello che abbiamo veduto con i nostri occhi, quello che contemplammo e le nostre mani toccarono del Verbo della vita…» (1Gv 1,1).

Oggi, ai nostri giorni, nella forma di una presenza “invisibile” ai nostri sensi, ma “reale”, nell’Eucaristia e nei sacramenti, nel Libro delle Scritture Sante, nella Chiesa, nelle persone, in modo particolare nei tanti poveri della storia, come Gesù stesso ci ha assicurato («Ho avuto fame e mi avete dato da mangiare…», cfr. Mt 25,31-46).

I testi della parola di Dio, proclamata nella Messa – quello del profeta Isaia nella prima Lettura (Is 35,1-6a.8a.10) e quello di Matteo nel vangelo (M4 11,2-11) – ci rivelano che il Signore, che abita con noi, che è vicino a noi, è il “Salvatore” che dà speranza alla nostra esistenza, perché la libera dalla presa del male che la mortifica in tanti modi. Come risponde Gesù i discepoli di Giovanni Battista, in carcere, mandati da lui  con una domanda seria: «Sei tu colui che deve venire o dobbiamo aspettare un altro?».

Gesù risponde citando il passo del profeta Isaia proclamato nella prima Lettura: «Andate e riferite a Giovanni ciò che udite e vedete: i ciechi riacquistano la vista, gli zoppi camminano, i lebbrosi sono purificati, i sordi odono, i morti risuscitano, ai poveri è annunciato il vangelo».

L’apostolo Giacomo nella seconda lettura ci suggerisce come “camminare incontro al Signore che viene”: «Siate costanti, fratelli miei, fino alla venuta del Signore… rinfrancate i vostri cuori… non lamentatevi gli uni degli altri».

L’immagine del cammino evoca la costanza, la pazienza: ogni cammino ha bisogno di tempo, chiede tenacia, un paziente esercizio, soprattutto quando presenta difficoltà. Camminare incontro al Signore che viene rappresenta il senso della vita cristiana, dove l’incontro con il Signore non accade immediatamente, ha bisogno dei suoi tempi (come ogni incontro), chiede fiducia, pazienza e determinazione.

Cipriano ha scritto sui “vantaggi della pazienza”:

«Bisogna perciò aver pazienza e perseverare, fratelli carissimi, perché,  ammessi alla speranza della verità e della libertà, possiamo davvero arrivare alla verità e alla libertà. Il fatto stesso di essere cristiani è questione di fede e di speranza; ma perché la speranza e la fede possano arrivare a portare frutto è necessaria la pazienza… L’attesa e la pazienza sono necessarie perché portiamo a compimento quello che abbiamo cominciato a essere e raggiungiamo quello che speriamo e crediamo perché Dio ce lo rivela».