II Domenica di Quaresima (1 Marzo 2026)

Abramo, interpellato dal Signore (la prima lettura, Gn 12,1-4) e Pietro, Giacomo e Giovanni, a cui il Padre si rivolge, durante la trasfigurazione di Gesù sul monte (cfr vangelo, Mt 17,1-9), parlano a noi, in cammino verso la celebrazione della Pasqua.

Nella prima lettura il Signore si rivolge ad Abramo con una richiesta perentoria («Vattene dalla tua terra, dalla tua parentela e dalla casa di tuo padre») e una promessa («farò di te una grande nazione e ti benedirò»).

Ad Abramo è chiesta una rottura con tutti i legami naturali: la terra (il paese in cui vive), la parentela (il legame di razza) e la casa paterna (la famiglia); deve lasciare ogni cosa e affidarsi alla guida di Dio. La destinazione del viaggio è una terra sconosciuta, della quale Abramo sa solo che Dio intende darla a lui.

Dopo la richiesta, il Signore fa Abramo una promessa, in cui contenuto è costituito dalla “benedizione” (termine ripetuto 5 volte). Nell’AT la benedizione di Dio comporta soprattutto l’abbondanza della vita materiale, caratterizzata soprattutto dalla fecondità fisica.

Di fronte alle parole del Signore, Abramo tace, non chiede chiarimenti, né riguardo alla terra dove deve andare, né riguardo ai modi e ai tempi della realizzazione delle promesse; decide di partire («partì come gli aveva ordinato il Signore»).

La partenza di Abramo dai “luoghi” sicuri della sua vita appare come obbedienza al comando del Signore (“Vattene”), un’obbedienza ispirata dalla fede («Egli credette al Signore», Gn 15,6).

Quanto accade ad Abramo ci riguarda, perché ha a che fare con la nostra esistenza di figli degli uomini e di credenti. Già il nostro venire al mondo assomiglia alla partenza da una terra sicura, dove siamo accuditi e protetti (il grembo materno), per una terra a noi sconosciuta (il mondo). A sostenere il nostro cammino nella terra ignota che è il mondo è la promessa da parte chi ci “mette al mondo” che si prenderà cura di noi e accompagnerà il nostro viaggio. Quello che accadde agli inizi si “ripete” nell’esistenza, con i suoi momenti significativi, legati alle relazioni che costruiamo, ai passaggi di età, a situazioni nuove… In quei momenti la nostra decisione a lasciare – qualcosa di noi, i nostri progetti, i nostri punti di vista… – ha bisogno di essere sostenuta da una promessa forte, che risulta affidabile ai nostri occhi; per cui la nostra decisione appare come un credito dato a chi (le persone, le circostanze della vita) ci offre una promessa.

Lo stesso cammino della fede è segnato da un’obbedienza al Signore, da un ascolto della sua parola che si esprime come un lasciare, un abbandonare la terra “sicura” del nostro modo di vedere le vita, considerare e trattare noi stessi, le persone, di valutare le cose per incamminarci verso quella “terra”, a che è la volontà del Signore, il suo modo di trattare le persone, di vedere noi e le cose, di condurre la storia. Un’obbedienza che fa conto sulla promessa del Signore di non deludere le nostre attese, il nostro desiderio di una vita bella, buona e felice.

Nel Vangelo, il Padre di Gesù (“la voce dalla nube”) invita i tre discepoli ad ascoltare suo Figlio. L’invito è rivolto a persone che erano rimaste sconvolte alcuni giorni prima, quando Gesù aveva informato i discepoli della sua decisone di andare a Gerusalemme, dove sarebbe stato ucciso e dove sarebbe risorto. Pietro si era opposto alla decisione del Maestro, chiamando in causa Dio stesso («Dio non voglia… questo non ti accadrà mai») e ora tenta, di bloccare il cammino di Gesù verso Gerusalemme («Signore è bello per noi essere qui! Se vuoi farò qui tre capanne, una per te, una per Mosè e una per Elia»). Pietro, Giacomo, Giovanni reagiscono alla parola di Dio con paura («furono presi da grande timore») e successivamente, a differenza di Abramo, anche con gli altri discepoli, non “ascolteranno” Gesù, come aveva suggerito Dio Padre, perché si lasceranno guidare più dalla loro paura che dalla fiducia di Dio.

Mettersi in ascolto di Gesù, seguendolo nel cammino verso Gerusalemme, sulla strada della croce (la strada della fede obbediente e del dono di sé)  è la decisione che siamo chiamati a prendere ogni giorno in questo tempo di Quaresima.

Perché sia la fede di Abramo e non la paura dei discepoli a guidarci, Dio, come ha scritto l’apostolo Paolo a Timoteo (cfr seconda lettura, 2Tm 1,8b-10), «ci ha dato la sua grazia… in Gesù Cristo fin dall’eternità», quella grazia che ci consente “di camminare alla luce del Vangelo” (dalla preghiera della Colletta).