Il racconto evangelico (Mt 2,1-12) evidenzia la reazione di fronte a Gesù – l’Emmanuele – che entra nella storia degli uomini. Tre i gruppi di persone che si dispongono attorno a Gesù: i capi dei sacerdoti e gli scribi, che conoscono il luogo della nascita di Gesù, ma non se ne interessano; Erode, che vede minacciato il proprio potere da questo bambino e quindi tenta di eliminarlo; i Magi, che cercano Gesù.
– I capi dei sacerdoti e gli scribi, pur sapendo del Messia, della sua nascita, non si mettono alla sua ricerca. E’ una notizia quella della nascita del Messia che sembra non interessarli per nulla. La loro reazione – “turbamento” – è superficiale, destinata a passare in fretta. Restano estranei all’avvenimento, che pure li riguarda da vicino.
L’atteggiamento di sostanziale indifferenza, d’immobilità degli scribi costituisce una specie d’incredulità del credente, che si esprime come un restare estranei alla venuta di Dio, alla sua presenza, un non lasciarsi coinvolgere fino in fondo, un continuare a vivere come se nulla fosse accaduto.
– Erode, alla notizia della nascita “del re dei Giudei” resta turbato. Egli ha sempre difeso il suo potere con la forza e la violenza per lui era un pericolo la nascita di questo bambino “re dei Giudei”. Da qui la decisione di eliminarlo, coinvolgendo i Magi nel suo piano.
Erode rappresenta coloro che sono a tal punto schiavi dei propri interessi, del proprio potere e dei propri progetti, da non lasciar posto a questo bambino che è il Signore: lo considerano solo una minaccia ai propri disegni. Per questo non lo cercano, non gli vanno incontro, ma cercano in ogni modo di toglierlo dalla loro esistenza, di eliminarlo.
Questo non è un atteggiamento solo dei non credenti, ma spesso anche dei credente che si rapportano al Signore non con la fiducia e la libertà, ma con il timore che il Signore s’impadronisca della loro libertà, delle loro cose.
– I Magi vengono da lontano, cercano Gesù e, davanti al bambino si gettano per terra in segno di omaggio e di adorazione. Con questo gesto di prostrazione in Oriente si riconosce un superiore (un re terreno, Dio stesso), investito di autorità. I Magi si prostrano davanti a un bambino che non dice nulla, che è senza splendore e potenza; non vedono sensibilmente il suo potere e la sua signoria, ma fiduciosi, lo riconoscono Signore (l’offerta dei doni), secondo quanto era stato loro manifestato.
I Magi esprimono quella fede che è fatta di ricerca e di riconoscimento e che è essenziale in ogni momento della ricerca di Gesù, il vero Messia. La loro ricerca è caratterizzata dalla disponibilità a lasciarsi guidare dai segni offerti: la stella e la Scrittura. La stella è il segno che dà il primo impulso alla ricerca, la Scrittura offre un’istruzione più precisa sulla persona cercata e sul luogo della sua nascita.
La stella rappresenta «il linguaggio silenzioso delle cose» (A. Mello) che parlano, a chi si fa attento, del Verbo, attraverso le quali il Verbo di Dio si segnala nella storia, invita a cercarlo. La stella porta vicino alla meta, ma non la raggiunge da sola, ha bisogno della verifica della Scrittura.
Le antiche rappresentazioni pittoriche dell’adorazione dei Magi evidenziano i tre doni (oro, incenso e mirra), in corrispondenza dei tre personaggi, dipinti l’uno in età giovanile, l’altro in età adulta, il terzo in età avanzata. Spesso viene dipinto un asiatico, un europeo e un africano. Queste rappresentazioni non sono ricavate dal testo evangelico, ma esprimono il senso profondo che emerge da tutto il Vangelo.
La gente di ogni età e di ogni parte del mondo vede nel bambino-Gesù lo scopo e l’approdo del lungo cammino della vita e lo riconosce come suo Salvatore, suo Re e Messia. Questo bambino è venuto per tutti gli uomini, giovani o adulti, semplici o sapienti; è venuto per tutti i colori di ogni razza, di ogni nazione, di ogni forma di vita; è venuto per rivelare a tutti che Dio è Padre e per portare nella vita di tutti gli uomini, la luce della salvezza.
Come i Magi, anche noi siamo invitati a percorrere il cammino che porta a lui, senza lasciarsi turbare da nessun potere terreno, da nessuna paura; siamo invitati a cercarlo, lasciandoci guidare da lui, finché non siamo giunti “ad adorarlo”, a riconoscerlo come “la speranza” per la nostra vita e a portargli in dono noi stessi.



