Se ci pensiamo bene ci vuole coraggio a celebrare una festa come quella di oggi, Gesù Cristo, “Re dell’universo”, Re, Signore di tutti e di tutto l’esistente. Detto con altre parole: celebrando Gesù come “Re dell’universo”, riconosciamo che Lui ha in mano l’esistenza di tutte le persone, quelle passate sulla terra, quelle che la abitano attualmente e quelle che la abiteranno in seguito; non solo, ma anche che governa l’universo intero, fin da quando ha iniziato il cammino della sua esistenza, che gli scienziati fissano in tempi sempre più remoti, perché come scrive l’apostolo Paolo, «tutte le cose sono state create per mezzo di lui e in vista di lui. Egli è prima di tutte le cose e tutte in lui sussistono (cioè, esistono grazie a lui)» (Col 1,16-17). Il nostro non è un riconoscimento di circostanza, formale, perché si traduce nell’affidargli la nostra esistenza, non solo quella che stiamo vivendo, ma anche quella futura, promessa proprio da Lui.
Ci vuole coraggio perché il “Re dell’universo” ci viene mostrato in croce, impedito in ogni movimento, deriso e insultato da chi è riuscito a mettere le mani su di lui e lo sta costringendo al silenzio. Noi siamo abituati a valutare la potenza di una persona dalla forza che è in grado di esibire, dalla capacità di farsi valere, d’imporre il proprio punto di vista, di realizzare i propri interessi.
Come può un uomo, pestato a sangue e con braccia e piedi fissati a un legno con dei chiodi, farsi valere? Quale forza può mettere in campo, che fiducia può suscitare, cosa possiamo aspettarci da lui per il presente e per il futuro, nostri e dell’umanità?
Il rischio che corriamo è quello di guardare a Gesù con quella simpatia e ammirazione che riserviamo alle persone che hanno speso la propria esistenza generosamente per gli altri, per la giustizia e la solidarietà tra gli umani e che alla fine hanno dovuto soccombere ai potenti di turno, infastiditi dalla loro passione.
Mi pare che proprio dal racconto evangelico di Luca che ha parlato di questo re crocifisso (23,35-43) ci viene offerta una buona ragione che giustifica il nostro coraggio.
La “buona ragione” ci viene indicata dalla persona meno adatta, quella che apparentemente non ha né titoli, né esperienza per riconoscere a Gesù la credibilità di quanto lui più volte aveva affermato con decisione («chi crede in me non resterà prigioniero della morte per sempre, perché io gli ridarò la vita piena, non più minacciata dalla morte»).
Si tratta di uno dei due malfattori appesi alla croce, come Gesù, al suo fianco. Ci mettiamo in ascolto di questo “strano” malfattore, chiamato da noi “il buon ladrone”; chiediamo a lui di dirci in che modo Gesù è Re dell’universo e di insegnarci come rapportarci a lui.
Il fatto di essere un malfattore fa pensare a un uomo che era vissuto ai margini della legalità, che conosceva e praticava solo la legge del più forte, che ora si trova a dover soccombere a chi risulta più forte di lui. Un uomo che non ha mai conosciuto l’amicizia, ma solo la complicità.
In questa situazione che poteva determinare in lui rabbia, risentimento, contro chi l’aveva ridotto in quelle condizioni, vede Gesù non reagire agli insulti con altri insulti, ma usare parole “disarmate” e “disarmanti”, chiedere addirittura al suo Dio, che chiama “Padre”, di perdonare che gli sta togliendo la vita; scopre che non esiste solo l’aggressività della violenza, ma anche un tipo di persona nuova, che non adotta la logica della forza, non ragiona solo in termini di contrapposizione, di vendetta.
Questa scoperta lo aiuta a vedere le cose in modo nuovo, a ritrovare l’onestà, la giustizia, nelle persone (ricorda all’altro malfattore che aveva insultato Gesù intimandogli di salvare non solo se stesso, ma anche loro due: «Noi giustamente, perché riceviamo il giusto per le nostre azioni, egli invece non ha fatto nulla di male»); suscita in lui un bisogno di amicizia, di prossimità, con quest’uomo, che sta soffrendo con lui, anche se non ha vissuto come lui («Gesù ricordati di me»).
Dalla scoperta che rimette in gioco la sua umanità, che lo fa accostare amichevolmente, con fiducia, a Gesù, quest’uomo capisce che nell’uomo crocifisso che gli è accanto si manifesta una “regalità” diversa da quella che lui aveva conosciuto, una regalità che non parla il linguaggio della sopraffazione, della violenza, del sospetto e della complicità, ma della fiducia, dell’accoglienza amichevole. L’avvicinarsi a Gesù in quel modo aiuta il malfattore a rifare il tessuto di relazioni della sua vita, alimentate dalla fedeltà, dalla solidarietà, dall’attenzione reciproca; ad azzardare una richiesta che date le circostanze appare del tutto inattuabile («Gesù, ricordati di me quando entrerai nel tuo regno»).
Quel malfattore resta l’unica persona in grado di riconoscere, in quelle circostanze che sembravano smentire quanto Gesù aveva promesso più volte, che Gesù aveva ragione, non mentiva né bleffava. Per lui quell’uomo crocifisso è un re sul quale è possibile fare affidamento.
Il buon ladrone invita anche noi ad affidare a Gesù le nostre speranze e, come abbiamo chiesto nella preghiera della Colletta, a camminare sulle sue orme, che non sono quelle ispirate dalla logica della forza, dell’intolleranza, della contrapposizione, dell’indifferenza, ma quelle di una comunicazione, nella vita di ogni giorno, “disarmata e disarmante”, di un ascolto libero dai pregiudizi, dell’amore generoso e coraggioso.
Chiede a me pastore di questa “bella Diocesi” di Senigallia (così mi è stata presentata dal Nunzio del Papa 10 anni fa, quando mi annunciò la nomina a vescovo), di continuare a onorare con il mio ministero la “regalità” di Gesù, il Figlio di Dio crocifisso, la prossimità di questo Re a ogni persona, un Re che dà loro speranza.
A voi chiedo di continuare ad accompagnarmi con la vostra preghiera e con il vostro affetto, come avete fatto in questi dieci anni e per i quali vi sono molto grato.



