Corpus Domini (7 Giugno 2026)

La preghiera della Colletta ci ricorda che la nostra vita è un cammino. Se tutti concordiamo sull’inizio di questo cammino – la nascita, definita in vari modi: venire alla luce, venire al mondo… – non tutti concordiamo sull’approdo del cammino della vita. Per coloro che credono in Gesù Cristo e, grazie a lui, ritengono Dio, come Padre che “ci nutre con amore”, l’approdo va ben oltre la morte, che non risparmia nessuno, credenti o non credenti, perché raggiunge il “convito del regno di Dio”, espressione che nelle parabole di Gesù, indica la partecipazione alla vita piena, “eterna”.

Va detto, a onor del vero, che non in tutti i credenti e, spesso anche nella predicazione, è presente questa consapevolezza. Gli studiosi del costume  ci informano che oltre il 50% delle persone che si dichiarano cristiane nutrono seri dubbi sulla “vita eterna” o, comunque la considerano una possibile appendice della vita sulla terra, che appare illuminata più da princìpi buoni (“dobbiamo vivere bene in questa vita, tanto meglio se ce ne sarà un’altra”) che condotta nella consapevolezza della partecipazione alla risurrezione di Gesù Cristo. Anche la predicazione sembra mostrare un imbarazzante silenzio. Spesso nelle celebrazioni delle esequie la parola del celebrante appare impegnata a cercare più nella biografia del defunto che nella risurrezione di Cristo, nella sua promessa di averci con lui “nella casa del Padre”, le ragioni che autorizzano la speranza di un positivo compimento della sua esistenza e la consolazione per il dolore dei parenti e degli amici.

La mensa a cui ci nutriamo nel cammino della vita è, sempre secondo la Colletta, “la parola e il Corpo e sangue di Cristo”, à Gesù. A confermarlo è Gesù stesso nel vangelo di questa Solennità del suo Corpo (Gv 6,51-58): «Io sono il pane vivo disceso dal cielo. Se uno mangia di questo pane vivrà in eterno e il pane che io darò è la mia carna per la vita del mondo». Più avanti Gesù chiarisce che “vivere in eterno” è partecipare alla sua risurrezione (che non è stata una semplice rianimazione del suo cadavere, ma l’ingresso in un’esistenza non più prigioniera della morte). Nel vangelo Gesù ci assicura che “vivremo in eterno”, che lui “ci risusciterà nell’ultimo giorno”, se “mangeremo quel pane che è lui, che ha dato la propria vita (“la carne e il sangue”) per noi, per la nostra vita.

Noi mangiamo di questo pane ogni volta che nella celebrazione dell’Eucarestia – nella Messa – fa di sé  il “memoriale dell’offerta che Gesù fa di sé per la vita del mondo, ci accostiamo alla mensa del “Corpo e del sangue di Cristo” (“facciamo la comunione”), dopo esserci accostati alla mensa della Parola (dopo aver ascoltato la parola di Dio nei testi della S. Scrittura).

“Fare la comunione” significa accogliere l’invito di Gesù, ripetuto più volte (per ben sei volte) nel vangelo di questa celebrazione), a “mangiare il pane vivo, disceso dal cielo che Lui ci offre, che è Lui”, l’unico pane che garantisce alla nostra esistenza la definitiva destinazione della risurrezione, che permette di “godere pienamente della vita divina nel convito eterno che ci ha fatto pregustare in questo sacramento del suo Corpo e del suo Sangue”, come abbiamo pregato nell’orazione dopo la Comunione.