Ascensione (17 Maggio 2026)

Nella preghiera della Colletta della Messa abbiamo chiesto al Padre che la liturgia di lode (l’Eucaristia) che stiamo celebrando ci procuri un’intensa gioia (“esultare di santa gioia”), per l’Ascensione al cielo di Gesù.

Due le ragioni. La prima: l’ascensione al cielo del Figlio di Dio consente a noi di “essere innalzati accanto a Dio Padre”, di stare presso di Lui, con Lui (“nel  tuo Figlio asceso al cielo la nostra umanità è innalzata accanto a te”).

La seconda: la possibilità per noi, “membra del suo corpo”, di vivere, di condurre la nostra esistenza sulla terra, “nella speranza di raggiungere Cristo, nostro capo, nella gloria”.

L’ascensione di Gesù ci riguarda da vicino, perché chiarisce che l’orizzonte definitivo, l’approdo della nostra esistenza non è la morte, ma la vita presso Dio, la stessa che vive il Figlio risorto.

Di questo ne aveva parlato Gesù ai discepoli, l’ultima sera che trascorreva con loro («nella casa del Padre mio vi sono molte dimore. Se no, vi avrei mai detto: “Vado a prepararvi un posto”? Quando sarò andato e vi avrò preparato un posto, verrò di nuovo e vi prenderò con me, perché dove sono io siate anche voi», Gv 14,2).

Inoltre, l’aveva chiesto nella sua preghiera al Padre («Padre, voglio che quelli che mi hai dato siano anch’essi con me dove sono io, perché contemplino la mia gloria, quella che tu mi hai dato, perché tu mi hai amato prima della creazione del mondo», Gv 17,24).

Se l’approdo della nostra esistenza è vivere nella “casa del Padre” (con Dio), dove si trova Gesù, dove l’esistenza non è più ferita dal male, né aggredita dalla morte, dove finalmente  «giustizia e pace si baceranno» (Sal. 85,11), allora la nostra esistenza sulla terra non è più prigioniera della paura della morte, ma abitata, sostenuta dalla speranza della vita risorta (“raggiungere Cristo, nostro capo, nella gloria”).

Si tratta di una speranza più “solida” delle nostre tante speranze, spesso deluse, perché non dipende dalle circostanze della nostra esistenza sulla terra, ma dalla promessa e dalla preghiera di Gesù di quella sera e dalla promessa che Gesù risorto fa ai discepoli, prima di lasciarli: «Ed ecco, io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo» (Mt 28,20).

Queste parole le abbiamo appena udite nella proclamazione del vangelo (Mt 28,16-20), sono rivolte a noi, in cammino verso la casa del Padre, dove siamo attesi da Lui e da suo Figlio, Gesù, e che siamo sollecitati a vivere nella speranza di “raggiungere Cristo” nella sua vita risorta (“nella gloria”).

A noi, accompagnati dalla promessa di Gesù e sorretti da questa speranza, il Risorto affida il compito di far conoscere a “tutti i popoli”, a ogni persona la “buona notizia” (il Vangelo) della destinazione della nostra esistenza, perché anche la loro esistenza sia accompagnata, sorretta dalla speranza che non delude, perché garantita dalla «straordinaria potenza» che «il Dio del Signore nostro Gesù Cristo, il Padre della gloria…manifestò in Cristo, quando lo risuscitò dai morti e lo fece sedere alla sua destra nei cieli» (cfr seconda Lettura, la lettera dell’apostolo Paolo ai cristiani di Efeso, 1,17-20).