1. Avvertiamo tutti la gioia profonda di questo momento che, per una Chiesa locale, è uno dei più solenni e significativi di tutto l’anno. E’ il momento in cui il presbiterio si riunisce intorno al vescovo per celebrare la propria origine e unità. E’ il momento in cui riviviamo l’istituzione dell’eucaristia e del sacerdozio e rendiamo lode al Signore per questi doni immensi che gratuitamente ha voluto elargirci. E’ il momento in cui tutti, vescovi, sacerdoti, religiosi, religiose, laici, esprimiamo la gioia di essere unico popolo di Dio, unica Chiesa, unico corpo di consacrati.
2.
Lo Spirito del Signore è sopra di
me, per questo mi ha consacrato con l’unzione (Lc 4,18).
Come
ci ha detto il brano evangelico, queste parole Gesù per primo le ha applicate a
sé. Ma anche noi possiamo applicarle a noi stessi. Infatti noi pure abbiamo
ricevuto l’unzione santa che ci ha consacrato, colmandoci di Spirito Santo:
l’abbiamo ricevuta nel Battesimo, nella Cresima e – alcuni di noi: diaconi,
sacerdoti, vescovi - nell’Ordine Sacro. La consacrazione è avvenuta
attraverso l’olio, che proprio in questa occasione del Giovedì Santo viene
portato all’altare per essere benedetto dal Vescovo.
Il
rito che oggi rinnoviamo è un forte invito a prendere coscienza della nostra
identità: siamo un popolo di consacrati, di unti, di “cristi”, perché lo
Spirito Santo è sopra di noi, dentro di noi; egli è l’ospite dolce
dell’anima, il dolcissimo sollievo, il motore della nostra vita spirituale e
del nostro servizio ecclesiale.
Questo
dono inestimabile dello Spirito Santo, che abbiamo ricevuto senza alcun merito
da parte nostra, comporta che noi ravviviamo continuamente la nostra coscienza
di consacrati. Siamo di Dio, siamo sua proprietà, siamo sua dimora preferita e
felice.
Se
apparteniamo a Dio, questo significa che siamo preziosi, valiamo molto davanti
ai suoi occhi; siamo rivestiti della sua altissima dignità. Da un lato ciò
dovrebbe mantenerci in un atteggiamento di umiltà e trepidazione; dall’altro
in atteggiamento di perenne rendimento di grazie.
Peraltro
ciascuno dovrebbe dire a se stesso: debbo essere ciò che sono. Sono consacrato,
devo essere sacro, cioè santo anche in tutta la mia condotta. “Siate santi, perché io sono santo” (Lev 11,44). La nostra
consacrazione deve passare continuamente dall’ordine ontologico,
dell’essere, a quello pratico dell’agire.
E’
per confermare la nostra consacrazione e la nostra volontà di viverla
fedelmente che noi sacerdoti oggi rinnoviamo le promesse del giorno della nostra
ordinazione: vorremmo farlo con lo stesso slancio e con la stessa fiducia di
quel giorno.
3.
Cari Confratelli, nella sua Lettera apostolica a conclusione del
Giubileo, Novo Millennio Ineunte,
lettera che oggi ho il piacere di consegnarvi, il Santo Padre, ricalcando le
parole di Gesù, ci invita tutti a prendere il largo: duc
in altum! Siamo tutti chiamati a far tesoro dell’esperienza giubilare e
dell’esperienza ecclesiale che abbiamo finora condotto. Per quanto ci
riguarda, come figli e ministri di questa Chiesa locale, dobbiamo in particolare
far tesoro dell’esperienza della Missione diocesana come pure della
beatificazione del nostro Papa senigalliese Pio IX. Si tratta di far tesoro dei
doni ricevuti e proseguire con entusiasmo il nostro cammino confidando nella
parola di Gesù.
a)
Prendere il largo in primo luogo significa ripartire da Cristo, ripartire
dalla contemplazione del suo volto. Occorre ripartire da lui per attuare il
progetto di santità che deve rappresentare la priorità assoluta del nostro
programma di vita spirituale e di ogni nostro programma pastorale.
Nel
messaggio che in questo Giovedì Santo dell’anno 2001 il Papa indirizza a
tutti i Sacerdoti, Giovanni Paolo II ci chiede di riscoprire il sacramento della
Riconciliazione come strumento fondamentale della nostra santificazione. Questo
sacramento, irrinunciabile per ogni esistenza cristiana, si pone anche come
sostegno, orientamento e medicina della vita sacerdotale. Il sacerdote è
ministro e testimone della misericordia di Dio; se egli stesso fa pienamente
l’esperienza della riconciliazione sacramentale, avverte poi del tutto
naturale ripetere ai fratelli: “lasciatevi riconciliare con Dio” (2 Cor
5,20).
In
questo giorno chiediamo al Signore di riscoprire la bellezza di questo
sacramento; ricorriamo spesso alla confessione, perché il Signore possa
purificare costantemente il nostro cuore, rendendoci meno indegni dei misteri
che celebriamo.
b)
Prendere il largo in secondo luogo significa ripartire da Cristo per
riscoprire la sorgente e la logica della nostra fraternità. E’ Gesù che ci
dona lo Spirito per fare di tutti noi “un
cuor solo e un’anima sola” (At 4,32). Lo Spirito Santo ci è stato
donato perché possiamo mettere in pratica il “comandamento nuovo” che Gesù
ci ha lasciato: “Come io vi ho amato,
così amatevi anche voi gli uni gli altri” e perché possiamo realizzare
quell’unità per la quale prima di morire Gesù ha accoratamente pregato: “Come tu, Padre, sei in me ed io in te, siano anch’essi una cosa
sola, perché il mondo creda che tu mi hai mandato” (Gv 17,21).
Oggi è il giorno dedicato particolarmente alla comunione sacerdotale; con il rinnovo delle promesse sacerdotali vogliamo in particolare riaffermare l’unità del presbiterio intorno al suo pastore. Noi sappiamo che al di fuori della comunione ecclesiale – di cui il vescovo è il simbolo, la ragione, lo stimolo – non si costruisce, ma si distrugge: il ministero come prerogativa personale e fatto individuale non ha senso, non edifica la chiesa.
La
comunione a cui siamo chiamati esige, peraltro, che nella comunità cristiana si
dia spazio a tutti i doni dello Spirito. Non si può fare a meno di favorire il
fiorire, accanto al ministero ordinato, di altri ministeri, istituiti o
semplicemente riconosciuti, a vantaggio di tutta la comunità, per sostenerla
nei suoi molteplici bisogni (cf. NMI n.46).
A
questo riguardo, sentito il parere unanime del Consiglio Presbiterale, sono
lieto di annunciare che il prossimo ottobre si darà inizio in Diocesi ad un “Corso di formazione teologico-pastorale ai ministeri ecclesiali”:
oggi stesso, insieme con la Lettera post-giubilare del Papa vi consegno,cari
Confratelli, una mia lettera in cui vi esorto a promuovere questo Corso, dando
così ai nostri laici ecclesialmente impegnati la possibilità di prepararsi a
svolgere quei servizi di carattere stabile e continuativo che corrispondono ai
loro doni: potranno rendersi in questo modo pienamente corresponsabili della
vita della Chiesa.
Nutriamo
la speranza che tra coloro che avranno frequentato tale Corso il Signore chiami
qualcuno a proseguire il cammino di formazione in vista del Diaconato permanente: sarebbe una grande grazia per la nostra Chiesa
locale, una grazia da accogliere con gratitudine e fiducia.
c)
Prendere il largo, infine, significa sottolineare con forza la dimensione
missionaria del nostro impegno pastorale. Dobbiamo andare avanti con speranza,
con entusiasmo, con generosità, lanciandoci verso traguardi nuovi ed anche
audaci, spalancando agli uomini, particolarmente ai “lontani”,
la strada che conduce a Cristo.
Non
dimentichiamo che “l’apostolato è sempre il traboccare della vita
interiore”. Se saremo capaci di fissare il nostro sguardo sul volto di Cristo
ed entrare nelle profondità del suo cuore, allora saremo anche capaci di
camminare nel mondo con il passo spedito di Cristo e di lavorare alla
costruzione del Regno con lo slancio, la dedizione, l’audacia di Cristo.
4.
Per quanto riguarda il mio ministero episcopale sento il bisogno di fare
anch’io una scelta, con umiltà e fiducia, per rispondere al pressante invito
di Gesù: duc in altum! In questi
quattro anni del mio servizio nella nostra Chiesa di Senigallia ho già visitato
in più occasioni tutte le comunità parrocchiali. Ho conosciuto tutti i
presbiteri, i religiosi, le religiose, il diacono, i seminaristi, le
associazioni, i gruppi, i movimenti. Ho avuto l’opportunità di apprezzare il
servizio di tanti fedeli impegnati ecclesialmente come catechisti, educatori,
ministri straordinari della comunione, animatori della liturgia e della carità,
obiettori e volontari del servizio civile, missionari impegnati nella missione
diocesana del popolo al popolo.
Ritengo
di dover ora fare un passo in avanti: approfondire maggiormente la stima e
l’amicizia reciproca, incontrarvi là dove ciascuno di voi vive, cercare
coloro che ancora non ho avuto il dono di conoscere, soprattutto gli ammalati e
i cosiddetti “lontani”, dare impulso alla missione diocesana, confermare e
incoraggiare tutti coloro che sono impegnati per il Regno.
Per
questo motivo vi annuncio la mia intenzione di intraprendere prossimamente la Visita
Pastorale. Mi riprometto di
concordare con Voi, cari fratelli nel sacerdozio, i tempi e le modalità di tale
evento, che vuol essere un evento di grazia. Sarò lieto di ricevere il vostro
parere e i vostri suggerimenti, perché tutto concorra alla crescita della fede,
dell’unione fraterna e dello slancio missionario.
5.
Per concludere, desidero rivolgere a tutti voi, carissimi confratelli, il
mio attestato di sincera stima e viva gratitudine. A nome del Signore vi dico
grazie per tutto quello che fate, ma soprattutto grazie per quello che siete.
Grazie per la vostra testimonianza. Grazie per la collaborazione e per la fatica
del vostro ministero. Anche in mezzo alle croci della vita e alle difficoltà
del servizio pastorale, il Signore Gesù, sommo ed eterno sacerdote, per noi
morto e risuscitato, vi faccia assaporare la gioia della sua presenza e della
sua vittoria sul male e sulla morte.
Anche
a voi, ministri ausiliari della comunione, a cui tra poco conferisco il mandato
o vi confermo nel vostro incarico, dico a nome della Chiesa grazie per il
servizio che prestate; nelle vostre mani la Chiesa mette il suo tesoro,
l’eucaristia: imitate, con la donazione di voi stessi, Colui che donate agli
altri nel pane consacrato.
E
grazie anche a voi, sorelle consacrate, per la vostra preziosa testimonianza;
grazie, infine, a voi, fedeli impegnati nei vari ambiti della pastorale o nelle
diverse articolazioni della vita sociale: siete voi che rendete visibile e
operante la Chiesa là dove scorre la vita di ogni giorno. La Chiesa, che il
nostro Beato Pio IX ha tanto amato e per la quale ha tanto sofferto e si è
sacrificato.
Il
Signore Gesù, che il primo Giovedì Santo ha istituito il sacerdozio e
l’eucaristia, decidendo di restare per sempre accanto a noi come intercessore
e segno supremo del suo amore, sia il nostro gaudio, la nostra forza, la nostra
speranza.