Io non mi vergogno del Vangelo
(Rm 1,16). L'impegno del
cristiano comune nella missione al popolo
Relazione di Luigi
Accattoli all'Incontro di inizio dell'anno pastorale 1998-'99 (Seminario di
Senigallia, 28 settembre 1998)
Il
vostro vescovo, che è mio amico, mi ha chiesto di portare a questa assemblea
una provocazione alla missione, quale può venire da un cristiano comune. Il
cristiano comune è il battezzato che va a messa la domenica ma non svolge
attività ecclesiali: non è iscritto all'A.C.I.,
non fa parte di movimenti o gruppi, non è catechista in parrocchia.
Essendo anch'io un cristiano comune, provo a dire gli argomenti che immagino più
persuasivi per l'attivazione missionaria di questa fascia intermedia delle
nostre comunità. Attivazione forse decisiva per garantire dimensione di popolo
alla nostra Chiesa, al cambio del millennio.
La
provocazione è questa: ogni cristiano comune, che sia consapevole del
battesimo, può e deve impegnarsi in qualche modo nella missione al popolo,
quale che sia il suo lavoro, la difficoltà di tempo, la capacità di parola.
La
svolgo, questa provocazione, in sette paragrafi che abbozzano una risposta
essenziale alle obiezioni che il cristiano comune generalmente oppone quando lo
si invita a un impegno diretto nella missione al popolo, come in altra attività
ecclesiale. Un ultimo paragrafo indicherà i segni dell'attualità del Vangelo
nell'Italia di oggi.
“Mi vergogno”
La
prima resistenza viene dal rispetto umano. Qualcuno sarebbe pure disposto a
impegnarsi, cioè a qualificarsi come cristiano e - nel nostro caso - a prendere
parte attiva alla missione, purché non lo debba fare in cospetto di coloro che
lo conoscono. E invece è proprio con i conoscenti che il cristiano comune è
chiamato a qualificarsi come credente!
Questa
difficoltà psicologica è comprensibile, ma anacronistica. Deriva da una storia
che connota negativamente - sulla scena pubblica e specialmente sul piano
culturale - l'esperienza religiosa. Ha radici profonde nella nostra terra
marchigiana e già “papalina”, ma è ormai fuori epoca e dunque il complesso
a mostrarsi cristiani oggi può essere vinto facilmente, se usciamo dal cono
d'ombra dele idee ricevute e guardiamo al ruolo d'avanguardia
- anche sociale - che i cristiani svolgono nella nostra società. Per
vincere questa partita con noi stessi c'è bisogno di una decisione, che sarà
anche una scelta di vita. La formulo con le parole di Paolo che ho scelto come
titolo di questa conversazione: “Io non mi vergogno del Vangelo” (Rm 1, 16).
Pongo queste parole a motto dell'avventura missionaria del cristiano comune.
Perché
il cristiano comune di norma è latitante. Ed è questa normalità latitante che
rischia di rendere latitante il
Vangelo nella nostra società. “Io non mi vergogno del Vangelo, perché è
potenza di Dio per la salvezza di chiunque crede”: così parla Paolo nella
lettera ai Romani, assicurandoli di essere pronto a predicare il Vangelo a Roma.
A Roma! E io abito a Roma. Se Paolo si fosse vergognato di predicare Cristo
nella capitale deell'Impero, chissà se oggi Roma sarebbe cristiana, chissà se
lo sarebbe Senigallia! Dovremmo parlare la lingua di Paolo! Dovremmo dire: Non
mi vergogno del Vangelo e sono pronto a predicarlo a questa generazione, in
questa città, nel mio villaggio, nel mio condominio, in casa mia. Sono qui per
dire questa parola a me, a voi tutti e per primi ai più giovani.
“Io non sono nessuno”
E invece sei un
cristiano e sei chiamato a riconoscere la tua dignità e a non nasconderla ai
fratelli e ciò basta a farti apostolo! “Ma
non sono all'altezza”: non è vero perché devi testimoniare una vita, non
esporre una dottrina. “Ma la mia vita è debole” vale anche per te la parola
di Gesù a Paolo: “Ti basti la mia grazia: la mia potenza infatti si manifesta
nella debolezza”(2 Cor 12, 9). Il cristiano comune predica con la vita. La
vita che conduce contrasta con la cultura secolare in cui vive e lo segnala agli
occhi dei fratelli. Questi lo interrogano e lui risponde dando ragione della sua
speranza. E' qui la ragione per cui affermo che il luogo privilegiato della sua
testimonianza è l'ambiente in cui vive. Egli non è un missionario
professionale. Non è il portatore di un ministero. La sua missione è la sua
vita. Per l'attivazione missionaria del cristiano comune basta la consapevolezza
della sua vocazione e la decisione ad attestarla di fronte ai fratelli.
Lo
si dovrebbe chiedere in confessione: a scuola, al lavoro, all'università, in
quella vacanza, nel nuovo quartiere sanno che sei cristiano, che sei cristiana?
La
cultura secolare oggi nega spazio all'accoglienza della vita, ospedalizza
forzosamente il malato e il morente, chiude i disabili e gli anziani negli
istituti, isola i drogati e i malati di A.I.D.S. tende a fare di ogni deviante
un carcerato e di ogni carcerato un nemico, esalta la ricerca della ricchezza e
del potere, idolatra la soddisfazione sessuale.
Ed
ecco i vari cristiani che - in nome del Vangelo - contravvengono quotidianamente
a tale sistema, opponendogli scelte pratiche di segno opposto. Questa è la
nuova via dei credenti, la via della nuova evangelizzazione: il mondo moderno
non vuol sentire le prediche, è mal disposto per ogni segno di presenza
istituzionale della religione, crede solo a ciò che vede nella quotidianità e
può dunque essere raggiunto solo dai fatti di Vangelo posti dai cristiani
comuni nella loro vita feriale.
“Non ho tempo”
Ma
mi sto dicendo che per farti missionario basta che tu sia te stesso! Devi solo
rendere parlante la tua vita. Non devi viverne un'altra. Qui fa al nostro caso
una delle norme contenute nel “discorso apostolico” di Gesù ai dodici:
“Strada facendo predicate che il Regno dei cieli è vicino” (Mt 10, 7).
Mentre sei per strada, mentre sei al lavoro, mentre sei in vacanza! Ciò che
devi aggiungere per essere apostolo è poco e non ruba tempo ai doveri familiari
e professionali: è l'aggiunta di una parola da simile verso il simile.
Se
hai un ospite in casa, per un giorno ed una notte, in circostanze normali,
questo ospite si accorgerà che sei cristiano, o che sei cristiana: è il più
della tua missione è già svolto! Basterà aggiungere una parola di
riconoscimento, un invito alla preghiera se il riconoscimento è reciproco, o
una battuita di spiegazione se l'altro non si dice cristiano.
Se
sei giovane e conosci un ragazzo o una ragazza mai visti prima, quello o quella
si avvedrà del tuo battesimo, a meno che tu non lo tenga nascosto, già la
seconda volta che uscite insieme. E altrettanto vale se cambi scuola, facoltà,
lavoro: dopo una settimana, un mese, un trimestre passati nel nuovo ambiente,
tutti sapranno che sei cristiano o cristiana, se lo sei davvero. A quel punto
basterà dirlo in parole, quello che hai già detto con i fatti, perché tu
svolga la tua missione. Se cambi quartiere o città, o vai militare, o ti
ricoveri in ospedale, o fai un lungo viaggio, o ti fidanzi lontano da casa - in
ognuno di questi ambienti in capo ad un anno tutti sapranno che sei un cristiano
e ci vorrà forse un poco di coraggio, ma non sarà certo un'impresa che chiederà
gran tempo per indicare la fonte della tua speranza!
La
diversità cristiana oggi torna a splendere. In un mondo che si rifà pagano, il
comportamento - quand'è
autenticamente evangelico - segnala di nuovo, in maniera forte, il cristiano di
fronte al mondo. Ma al comportamento va unito l'annuncio: un annuncio
essenziale, che riconduce al Signore quelle scelte di vita. Parole ed azioni
strettamente connesse, sicché si possa dire anche di noi che “ il Signore
operava insieme con loro e confermava la parola con i prodigi che
l'accompagnavano”(Mc 16, 19-20)
Chi
è preso dal Vangelo ha l'ansia di comunicarlo. Il Vangelo è notizia della
misericordia del Signore per l'uomo peccatore, della resurrezione per le
creature destinate a morire, del Regno che viene a liberare l'umanità da ogni
tormento. Chi ha questa notizia, che lo riempie di entusiasmo,
vorrebbe dirla a tutti e certo non la nasconderà.
“Non so parlare”
Il
cristiano comune non è chiamato a fare discorsi! Dev'essere capace di parola,
ma il suo sarà un annuncio essenziale, ricondotto alla radicalità del Vangelo,
animato dall'attesa del Regno. Un annuncio il cui contenuto potrà essere
riassunto dall'acclamazione liturgica che il messale di Paolo VI mette in bocca
all'assemblea, dopo il rito della consacrazione: “Annunciamo la tua morte,
proclamiamo la tua resurrezione, nell'attesa della tua venuta”.
Le
nostre comunità la parola cristiana l'hanno dentro: debbono tirarla fuori,
pronunciarla nella lingua di oggi.
Ad altri spetta l'elaborazione culturale e l'animazione dell'assemblea in vista
dell'annuncio: il cristiano comune è chiamato a trasmettere quell'annuncio ai
suoi simili da fratello a fratello, in un passa-parola umile e immediato. Egli
evangelizza per irradiazione e per contagio. La sua povertà di linguaggio lo
mette in guardia dalla tentazione di fare discorsi, ma non gli impedisce di
parlare.
Anche
nella Bibbia vi sono messaggeri che tentano di sottrarsi alla missione
dicendo:“Non so parlare!” Il primo è Mosè(Es 4,10-12): “Disse al Signore: "Mio
Signore io non sono un buon parlatore, non lo sono mai stato prima, e neppure da
quando tu hai cominciato a parlare al tuo servo, ma sono impacciato di bocca e
di lingua". Il Signore gli disse: "Chi ha dato una bocca all'uomo, o
chi lo rende muto sordo, veggente o
cieco? Non sono forse io, il Signore? Ora va! Io sarò con la tua bocca e ti
insegnerò quello che dovrai dire”
Mosè
ha la sua esperienza quando avviene questo dialogo: ha ucciso un uomo, ha
sposato una donna, ha generato un figlio. Ma ecco il giovane Geremia, che è
simile a noi e ha con il Signore la stessa disputa: “"Ahimé, Signore
Dio, ecco io non so parlare, perché sono giovane" Il Signore gli risponde
come a Mosè: "Non dire -sono giovane- ma va da coloro a cui ti manderò e
annunzia ciò che io ti ordinerò. Non temerli perché io sono con te per
proteggerti"”(Ger 1,6-8)
A
commento di questi testi, ne metto altri due che vengono da Gesù: "Non
preoccupatevi di come e di che cosa dovrete dire, perché vi sarà suggerito in
quel momento ciò che dovrete dire"(Mt 10, 19 e 20) E il bellissimo passo
parallelo di Luca che dice:"Io vi darò lingua e sapienza"(21,15)
“Non saprei a chi rivolgermi”
Il
cristiano comune che si decide a parlare può avere l'impressione di predicare
nel deserto e può essere tentato di abbandonare l'impresa appena avviata. Se ci
capita, dobbiamo ricordare la promessa del Signore a Paolo, quando questi era
tentato di abbandonare i Corinzi, che non volevano credere al Vangelo: "Non
avere paura, ma continua a parlare e non tacere, perché io sono con te e perché
io ho un popolo numeroso in questa città"(At 18, 9-10)
Attenzione:
"Non aver paura" dice Gesù all'inizio della nostra storia. "Non
abbiate paura" dice oggi il Papa Giovanni Paolo.
"Io
ho un popolo numeroso in questa città": un tono simile il Signore usa nel
parlare a Giona(4, 10 e 11), quando rimprovera quel simpatico profeta, amico dei
pesci e delle piante di ricino, ma nemico degli abitanti di Ninive: "Tu ti
dai pena per quella pianta di ricino e io non dovrei avere pietà di Ninive,
nella quale sono più di 120 mila persone?" "Continua a parlare, perché
io ho un popolo numeroso in questa città" a Ninive, a Corinto e
nell'Italia della cultura informatica. Nel Nord-Est leghista, nella Roma
affarista, nella Sicilia della mafia, nelle Marche dello sviluppo economico che
lega campagna e piccola impresa e iniziativa nell'export. Un popolo che
l'annuncio risveglierà, che il Vangelo convocherà. Anche se noi non lo
vediamo, quel popolo c'è. C'è nella promessa del Signore. Il mandato che ci fa
apostoli si basa su quella promessa e su nient'altro.
Non
faremo dunque nostre valutazioni, non dimezzeremo il mandato, giudicando
impossibile oggi portare il Vangelo a ogni persona, fino ai confini della terra,
o in ogni appartamento del condominio, in una situazione che noi - non il
Signore - giudichiamo degradata. Docili al comando del Maestro, fiduciosi
nell'azione dello Spirito, chiederemo la forza di professarci cristiani e tali
ci diremo: dov'è opportuno dirlo e dove risultasse inopportuno. Consapevoli di
compiere così, a un tempo, il
nostro dovere di credenti e di uomini. Perché la testimonianza del Vangelo è
il primo contributo che un credente può dare alla vita della città terrena.
“Chi crede preferisce nascondersi”
E' vero, ma è
anche vero che un cristiano che si svela ne suscita altri. Capitava nelle
persecuzioni dell'antica Roma, è
ricapitato nei lager. Capita nella coppia.
Spiego
questa affermazione con un'avventura cristiana di grande suggestione, che è
riferita nel capitolo 157 del "Milione" di Marco Polo. Siamo verso il
1289 e Marco Polo - che ha 35 anni, undici più di Dante Alighieri - sta
visitando, per conto del Gran Kan, il regno di Fugiu (nell'attuale Manciuria) e
viene a conoscere “genti di una religione molto incerta” Le accosta, scopre
che sono di religione cristiana(era proibita, per questo si tenevano nascosti) e
dice loro, esultante: "Voi siete cristiani e anche noi lo siamo"
Conclusione: “E si trovò che sparse per la provincia del Mangi c'erano almeno
settecentomila famiglie cristiane”
Com'è
adatta alla nostra situazione italiana questa parabola! Anche qui c'è gente di
una “religione molto incerta”, che non ama parlare della sua fede, come ci
fosse anche da noi la persecuzione del Gran Kan.
Anche
a noi è riservata la gioia del riconoscimento tra fratelli, ogni volta che
aiuteremo un altro battezzato a rivelarsi cristiano. E' una gioia grande
davvero. L'ho provata tutte le volte che ho preso la parola da fratello a
fratello. E qualcuno ha ringraziato per essere stato invitato a pregare da uno
come lui: non gli era mai capitato.
O
ha detto: "Ma guarda, anche tu vai in chiesa!" O si è avvicinato dopo
una “conversazione ” con gli altri genitori della scuola e ha detto:"Ho
una trattoria qui accanto, venga a trovarmi che continuiamo la
discussione".
“L'uomo d'oggi non intende il Vangelo”
Non è vero! Il
Signore non ha abbandonato la nostra generazione. La fede nella resurrezione è
difficile oggi come lo era al tempo degli apostoli. Forse è più ardua
l'accettazione di un messaggio religioso, ma per la parola evangelica c'è un
terreno preparato da secoli di ruminazione.
Già
leggendo i giornali incontriamo malati di A.I.D.S. che si convertono ed
ex-banditi che muiono da santi, prostitute che vanno suore: come il figliol
prodigo, il buo ladrone e la peccatrice da cui erano stati cacciati sette
demoni. Vediamo cristiani che dichiarano di perdonare gli uccisori dei parenti,
o che affrontano la morte per la fede, la giustizia e la carità. C'è chi esce
da un rapimento dicendo “mi ha salvato la preghiera” e chi affronta la morte
nella speranza della resurrezione. Mamme che rifiutano di curarsi per non
danneggiare il bambino che portano in grembo. Coppie che scelgono - per
l'adozione - piccoli malati di A.I.D.S. Dunque il Vangelo può essere inteso,
oggi come ai tempi di Gesù.
Ma attenzione:
l'uomo del duemila è un destinatario esigente della parola. Dobbiamo comunicare
solo il Vangelo, se vogliamo che l'intenda quest'uomo dei mille messaggi. E
dobbiamo comunicare tutto il Vangelo, se vogliamo che quest'uomo avverta la
radicalità del messaggio cristiano.
Tutto
il Vangelo: anche “beati i puri di cuore”, anche “guai ai ricchi”, anche
l'amore dei nemici, anche il “giudizio” su questo mondo. Ma soprattutto la
resurrezione che è il cuore dell'annuncio neotestamentario.
Credo
sia nostra comune esperienza quanto sentì dirsi Paolo all'areopago di Atene, da
quell'uditorio raffinato che l'aveva ascoltato con interesse finché aveva
parlato del “Dio ignoto” e del cosmo e dell'uomo: “Quando sentirono
parlare di resurrezione dei morti, alcuni lo deridevano, altri dissero: "Ti
sentiremo su questo un'altra volta"” (At 17,32) C'è un altro momento
dell'avventura di Paolo che ce lo fa sentire fratello, perché parla con
entusiasmo di Gesù e lo prendono per matto. Avviene quando può esporre
distesamente il suo annuncio davanti a Festo, procuratore della Giudea e al re
Agrippa II e alla sorella di questi e convivente Berenice. Si accalora Paolo e
quasi spera di convertirli e sente Fausto che grida: "Sei pazzo Paolo! la
troppa scienza ti ha dato al cervello!" E Agrippa, ironico:"Per poco
non mi convinci a farmi cristiano!" (At 26,24 e 28)
Non
è dunque di oggi la difficoltà ad annunciare la resurrezione di Cristo e
nostra. Ma se è legato alle testimonianze che ricordavo sopra, l'annuncio
evangelico può essere benissimo inteso anche oggi.
“La Chiesa ormai è in minoranza”
E'
vero, ma è più libera ed ha ancora -
forse - la possibilità di arrivare a tutti con il messaggio. Intendo dire che
da noi, in Italia, nelle Marche, a Senigallia, la comunità cattolica ha ancora
una sua consistenza di popolo tale da permetterle
- se davvero vuole - di raggiungere con il suo messaggio tutta la
popolazione ecclesiale che può e deve tentare l'impresa.
Ritengo
che dai cristiani comuni - e dalla loro capacità di contagiare evangelicamente
i loro contemporanei - dipenda la possibilità che le nostre comunità
ecclesiali mantengano una dimensione di popolo. La crescita del loro
protagonismo configura già da oggi una Chiesa meno ecclesiastica, meno
istituzionale, meno strutturata e meno colta; più feriale, più testimoniale,
più varia più spontanea. A una tale Chiesa mi paiono rimandare i segni di
santità rintracciabili nella vita quotidiana dei cristiani di oggi.
E'
verosimile che quella di domani -
in Italia come altrove - sarà una Chiesa che proclamerà di meno e testimonierà
di più: per esempio in materia di aborto e di manipolazioni genetiche, di
matrimonio e di famiglia, di eutanasia. Venendo meno il supporto pedagogico
delle leggi, indebolendosi la voce sanzionatrice della Chiesa, dovrà farsi più
accesa la testimonianza dei cristiani comuni, la loro parola da donna a donna, e
da uomo a uomo, la capacità di mostrarsi credenti
nell'ospitalità, sul lavoro, nel quartiere, nella vita.
Di
fronte alla riduzione del numero dei credenti, dobbiamo reagire ricordando le
“Chiese” del Nuovo Testamento: che erano composte di poche persone e si
riunivano nelle case. Eppure hanno evangelizzato il mondo d'allora! E sempre
dobbiamo avere nel cuore le parole di Gesù: "Non temere piccolo gregge,
perché al Padre vostro è piaciuto di darvi il Regno!" (Lc 12,32)
“Quando il Figlio dell'uomo tornerà,
troverà ancora la fede sulla terra?”
Ecco
una traduzione giornalistica di quella domanda di Gesù: è possibile vivere
da cristiani nella città secolare? L'uomo del duemila può affrontare la
vita e la morte con i sentimenti che furono di Gesù? Perché sta scritto:
"Abbiate in voi gli stessi sentimenti che furono in Cristo Gesù" (Fil
2,5)
In
una parola: possiamo essere, oggi, cristiani coerenti con il nostro battesimo?
E' possibile: con modalità necessariamente nuove, ma con possibilità piena.
La
vocazione cristiana più radicale non è estranea alla nostra cultura. Abbiamo
accennato ad alcuni segni di attualità del Vangelo colti nel vivo della storia
contemporanea e della cronaca quotidiana del nostro paese. No, il Vangelo non è
superato: non c'è nulla di più giovane sulla terra. Per tanti aspetti
l'avventura cristiana sembra si sia affacciata nella storia degli uomini.
"L'attività
missionaria è appena agli inizi", ha scritto Giovanni Paolo II
nell'Enciclica “Redemptoris missio” (1991) Solo oggi riconosciamo come
"fratelli maggiori" gli ebrei, chiamiamo fratelli i musulmani,
cerchiamo l'unità delle Chiese, ci poniamo alla pari, uomini e donne, davanti a
Cristo, consideriamo sempre inaccettabile la guerra, il perdono viene proclamato
e non solo praticato nell'intimo della coscienza, viene pubblicamente
testimoniata l'accettazione del figlio menomato, si sceglie il bambino menomato
per l'adozione: perché mai questa sarebbe un'epoca post-cristiana? Nè in essa
va perduto il patrimonio accumulato dalle precedenti generazioni cristiane. Si
manifesta in forme nuove e inventive il soccorso al lebbroso e all'appestato,
l'accoglienza per lo straniero, l'accettazione della sofferenza, della vecchiaia
e della morte. Non mancano dunque i segni evangelici rispondenti alle attese
ddel nostro tempo. Essi vengono accolti con stupore e gratitudine dai cristiani
comuni, che ne traggono il necessario conforto e manifestare la loro vocazione
al cospetto del mondo.